Dallo sport alla finanza va di moda il doping: gli ultimi casi di cronaca

11 novembre 2015 ore 13:06, intelligo
Dallo sport alla finanza va di moda il doping: gli ultimi casi di cronaca
di Alessandro Corneli 

Come in guerra e in amore, anche nello sport “tutto è lecito”? E poi: solo nello sport?  Non sono stati forse dopati i motori di alcuni modelli della Volkswagen? Non sono forse dopati alcuni (forse molti) titoli di società quotate in Borsa? Non sono dopati, talvolta, i bilanci di molte grandi aziende o degli Stati? Perché non figurano nei bilanci ufficiali delle banche anche i conti delle shadow banks?  Qual è la differenza tra un atleta, un allenatore-preparatore-medico sportivo e i tecnici della casa automobilistica tedesca o gli amministratori delegati di grandi imprese? Le agenzie di rating non doparono forse i loro giudizi sull’affidabilità di banche a assicurazioni che crollarono nel 2008?

Ovviamente le domande si potrebbero moltiplicare tirando in ballo tanti altri protagonisti della vita economica, politica e sociale in genere. La conclusione non è: “tutti dopati, nessun dopato”. La conclusione è che non è corretto colpire ora l’uno e ora l’altro soggetto in funzione di esigenze del momento. Si può obiettare che talvolta è difficile intervenire immediatamente e che occorre molto tempo e analisi più raffinate per arrivare alla verità. È vero che ci sono voluti sette anni per togliere al ciclista americano Lance Armstrong la vittoria di ben sette Tour de France consecutivi, ma nel frattempo l’azienda che lo aveva sponsorizzato ai tempi dello straordinario successo ha avuto i suoi vantaggi (che non possono essere cancellati) come pure le aziende che hanno fatto affari grazie alla popolarità di questo sport negli Stati Uniti grazie alle vittorie di Armstrong. Di recente, il calciatore dell’Inter Sandro Mazzola ha ammesso, dopo quarant’anni, che aveva ragione il fratello, Ferruccio, a sostenere che ai giocatori venivano date sostanze per aumentarne le prestazioni (a loro insaputa?). Vogliamo togliergli i gol che ha fatto? 

Più o meno consapevoli delle sostanze che ingerivano o ingeriscono, gli atleti fanno una scelta: quella di sottoporre il loro fisico a sforzi straordinari e sanno di correre rischi. Come lo sanno quei manager (o aspiranti tali) che si sottopongono a superlavoro e a continue e forti tensioni perché dalle loro decisioni dipendono i loro avanzamenti in carriera, i loro guadagni fuori media e gli interessi degli azionisti o degli investitori, per cui “si aiutano”. E gli studenti? Vogliamo sottoporli ad esami antidoping e poi eventualmente privarli del diploma? 

Una spiegazione generale è che qualsiasi tipo di gara - dallo sport alla politica - perde i caratteri della propria natura e subisce una  trasformazione attraverso la dimensione spettacolare che assume e lo spettacolo non è mai fine a se stesso, ma porta con sé un obiettivo di consenso, molto spesso commerciale, ma anche sociale e politico. Ciò che conta è il risultato e nella competizione non c’è uguaglianza. D’altra parte non si può dare ragione a quell’ex allenatore di calcio che sosteneva che “la partita perfetta è quella che finisce zero a zero”. Nessuno vorrebbe un campionato di calcio con questo unico risultato. Nessuno andrebbe a vedere una partita di calcio destinata allo zero a zero. E nessuno investirebbe denaro in questo sport/spettacolo.

Questo ragionamento non ha una soluzione, non consente di trovare una via d’uscita che si diversa da qualche ingenua speranza. Nei fatti, la richiesta della Wada (Agenzia mondiale antidoping) di sospendere gli atleti russi dalle prossime competizioni internazionali per due anni, è stata sponsorizzata dalla Casa Bianca con una rapidità che conferma solo la povertà di idee che caratterizza da anni la diplomazia americana e potrebbe risolversi in un boomerang: nel 2014, gli Usa sono in testa per casi accertati di doping con 61 contro i 47 della Russia e, dopo l’atletica, con 95 casi, c’è il baseball, con 62. 

Ricordiamo che il primo grande caso in cui nel doping si confusero politica e sport risale al 1954, al primo successo della Germania (Ovest) ai campionati del mondo di calcio, giocati in Svizzera. In piena guerra fredda, non poteva vincere l’Ungheria. Come è noto, i calciatori tedeschi si doparono e, nel secondo tempo, segnarono tre gol. L’Occidente aveva vinto una tipica battaglia della guerra fredda.  Siamo adesso alla situazione della storia che si ripete, ma come farsa. 

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