Che fine ha fatto Felice Gimondi

11 novembre 2016 ore 11:06, intelligo
di Anna Paratore.

Oggi è lo sport più chiacchierato per i tantissimi scandali doping che lo hanno flagellato negli ultimi 30 anni. Eppure c’è stato un periodo anche lungo in cui in Italia lo sport per eccellenza, quello che raccoglieva più tifosi e appassionati, oltre al calcio, era il ciclismo.  E quando partiva il Giro d’Italia, era un evento, la gente si entusiasmava, seguiva di persona, viaggiava in zone anche impervie per vedere i propri beniamini sudare sui pedali. Poi,  arrivarono le dirette televisive con tanto di “circo mediatico” e l’indimenticabile “processo alla tappa” che tutti i giorni bloccava mezza Italia davanti ai teleschermi, a far scontrare i tifosi di uno e di un altro atleta.  Gli ultimi anni d’oro del ciclismo dei grandi ciclisti su strada furono gli anni ’70. E di quel periodo noi vogliamo ricordarvi uno splendido campione.

Felice Gimondi, nasce a Sedrina in provincia di Bergamo nel settembre del 1942. La sua è una famiglia modesta, e gli anni della sua gioventù sono quelli difficili del dopoguerra, della ricostruzione. Non si mandando i figli in palestra a quei tempi, o a nuotare in piscina per fargli ben sviluppare il fisico però, se sei fortunato e riesci a mettere le mani su una bicicletta, magari quella del babbo o di un fratello maggiore, allora sì che puoi fare esercizio, e c’è anche la possibilità che ti si apre davanti un futuro da sportivo. E’ il caso di Felice che fin da piccolo dimostra un amore e una passione smodati per la bici. Ne riceve una, un’Ardita rossa come regalo per la promozione in quinta elementare e appena può, appena ha un attimo e gli è possibile, ci salta sopra e pedala, pedala, corre, veloce come il vento, instancabile, irraggiungibile. In paese se ne accorgono tutti, e anche i suoi genitori che decidono di assecondare questa passione. Così, ecco Felice debuttare nel mondo delle due ruote nel 1959, a 17 anni, e vincere la sua prima gara il 1° maggio del 1960, la Bergamo-Celana. 

Che fine ha fatto Felice Gimondi
E’ un talento, Felice Gimondi, così nel 1962 passa nella categoria dilettanti dove mostra tutto il suo valore vincendo “facile” ben 13 gare, tra cui il Tour de l’Avenir del 1964. Si guadagna così i Giochi Olimpici di Tokio, dove però non fa un figurone. In compenso, le sue corse su strada in Italia hanno ben impressionato e così Felice passa professionista nel 1965 e viene preso dalla Salvarani di Luciano Pezzi, con cui resterà per sette lunghi anni.  In squadra si ritrova con Vittorio Adorni, altro talento del ciclismo e se anche i due diventeranno presto amici, non si può tacere una certa rivalità che li accompagnerà per tutta la loro storia sportiva. E chi era per Gimondi, non poteva essere per Adorni, e viceversa. 

Dopo l’ingresso in Salvarani, Felice comincia ad inanellare gran bei successi. Inizia con un secondo posto alla Freccia Vallone e un terzo al Giro d'Italia, vinto quell’anno dal compagno di squadra Adorni. Partecipa poi al Tour de France dove dovrebbe essere gregario del suo capitano, appunto Adorni. Invece dalla terza tappa in poi, Felice veste la maglia gialla che porta alla finale di Parigi, diventando il quinto italiano capace di vincere  la Grande Boucle. Nel 1966 si mette in evidenza nelle grandi classiche del ciclismo europeo. Vince la Parigi-Roubaix e la Parigi-Bruxelles, ma si aggiudica anche la Coppa Agostoni, la Coppa Placci e il Giro di Lombardia. Si classifica poi quinto al Giro d’Italia. Giro d’Italia che invece vince l’anno dopo, il 1967. L’anno successivo, si aggiudica a Vuelta a España, mettendo così insieme quello che potremmo definire “la triplete” del ciclismo, con la vittoria di tutte e tre le grandi corse a tappe, secondo ciclista di sempre dopo Anquetil.

E’ in quel periodo che nell’orizzonte vincente di Felice Gimondi fa il suo ingresso un giovane ciclista belga che, dopo un po’, si guadagnerà il soprannome di “cannibale”, a voler significare che se in gara c’era lui,  gli altri non avevano speranze di vittoria: Eddy Merckx. Così lo descrive lo stesso Gimondi in un’intervista di Pier Augusto Stagi. “Merckx… Un mostro della natura. Forte, fortissimo, assolutamente fuori dalla portata di chiunque. Eppure, nonostante lui e forse grazie a lui, sono diventato Felice Gimondi. D’altra parte, anche un altro grande del ciclismo come Fiorenzo Magni è riuscito a fare quello che ha fatto con Coppi e Bartali tra i pedali. Io mi sono trovato il più grande di sempre, e ho lottato come un leone per contrastarlo. Di soddisfazioni me ne sono tolte anch’io. E che soddisfazioni… Per esempio sul circuito del Montejuic ho fatto un capolavoro. Due belgi da battere: Merckx e il giovane Maertens, oltretutto coalizzati per farmi fuori. Nel finale, quando eravamo rimasti in quattro (loro tre più Ocana, ndr), mi accorsi che Eddy non pedalava benissimo. In volata mi giocai alla grande l’occasione della vita. Ecco, quel giorno ho capito una volta di più, che quando ti capita l’occasione non puoi permetterti di non farti trovare pronto.“
Gimondi si arrende a Merckx nel Giro d’Italia del ’71, così come alla Milano-Sanremo dello stesso anno e ai Campionati del mondo. Non va bene nemmeno il Giro d’Italia del ’72 ma c’è un ottimo secondo posto al Tour de France di quell’anno, naturalmente sempre dietro al “cannibale”. Nel 1973 Gimondi passa alla Bianchi-Campagnolo, formazione diretta da Giancarlo Ferretti e nello stesso anno, a Barcellona, conquista il titolo mondiale su strada anche grazie a una tattica di gara eccezionale. Felice vince poi il Giro di Lombardia grazie però alla squalifica di Merckx che viene trovato positivo all’efedrina. Il doping dunque comincia a fare capolino anche se, in quegli anni, i controlli sono tanto per dire, e tutti se ne preoccupano poco. Lo stesso Gimondi viene trovato positivo al Tour del France di 1975, ma a parte una squalifica di un mese, non ha altri problemi.  In compenso, vince il Giro d’Italia del 1976, seguito dalla vittoria nella Parigi Bruxelles, ultima grande affermazione del ciclista italiano. 

Ma anche dopo il ritiro dallo sport attivo, Felice Gimondi rimane nel mondo de ciclismo, come direttore sportivo, o come presidente per esempio alla MercatoneUno-Albacom, la squadra di Marco Pantani. Con il campione  romagnolo, caratterialmente, Gimondi non ha un gran rapporto. Racconta: “forse tra noi non c’è mai stato davvero un vero feeling, e la cosa mi dispiacque molto, ma non pensavo che la sua parabola di uomo e di atleta sarebbe potuta finire in quel modo. Oggi però Marco lo voglio ricordare solo per le cose belle che ha saputo fare in sella alla sua bicicletta. Il Marco del Galibier, quello di Oropa, quello delle due vittorie sull’Alpe d’Huez: che corridore…”         
Che corridore! è lo stesso che possiamo dire noi di Felice Gimondi, ringraziarlo per le tante soddisfazioni date agli sportivi italiani. Un uomo semplice, un grande sportivo, un campione indiscusso che ancora oggi si emoziona davanti alla corsa di una bicicletta.  Un brav’uomo, che alla domanda su quale sia stato il momento più bello della sua vita, ha risposto: “In assoluto il giorno del mio matrimonio. E di pari livello quando sono nate le mie due figlie…”, dimostrando così che lo sport  è importante, ma l’amore e gli affetti della propria vita, lo sono di più.            

autore / intelligo
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