L'11 settembre ha cambiato il mondo: la storia e gli effetti

11 settembre 2015, Americo Mascarucci
L'11 settembre ha cambiato il mondo: la storia e gli effetti
Ognuno di noi probabilmente ricorderà il momento in cui ha appreso la notizia, dove si trovava, cosa stesse facendo, con chi era, in che stato d’animo si trovava quel giorno, a quell’ora. 

Sono passati quattordici anni da quel tragico undici settembre del 2001, una data destinata a cambiare per sempre la storia del mondo. Un evento sconvolgente quanto inaspettato, uno di quelli che segnano profondamente l’esistenza umana fino a far ricordare alla perfezione ogni minimo dettaglio che ha fatto da sfondo al momento in cui si è appresa la tragedia.

Quell’edizione straordinaria dei telegiornali, quella sensazione di terrore che improvvisamente ha pervaso ognuno di noi, che ha scosso le coscienze collettive fino a quel momento assuefatte nella routine quotidiana. Quelle due torri gemelle, destinate a campeggiare in tutti i libri di geografia, in tutti i depliant turistici, in tutte le pagine di giornali, riviste come simbolo di un’America fino a quel momento considerata “gendarme del mondo”, cadono a pezzi, si sbriciolano come biscotti caduti a terra e capestati, dopo essere state colpite da più attacchi aerei, piovuti dal cielo mentre là dentro centinaia di persone si apprestavano a vivere l’ennesima giornata, una di quelle che poteva sembrare uguale alle altre. 

Invece quella giornata è stata come un nuovo big bang, un’esplosione che improvvisamente è sembrata azzerare il mondo precedente e inaugurare una nuova era. Come dimenticare le immagini del grande grattacielo squarciato in due, con le persone ai piani alti che chiedono aiuto consapevoli che in mezzo è già crollato tutto e che per loro non ci sarà possibilità di salvezza, è soltanto questione di minuti; come dimenticare l’immagine di chi in preda alla disperazione si lancia nel vuoto anticipando soltanto una morte annunciata. 

Quel giorno tutti si sono sentiti indistintamente americani, anche chi magari non ha mai amato granché gli Usa.

Immediatamente è partita la caccia ai colpevoli. Occhi puntati su Al Qaeda che in un primo momento sembra smentire il coinvolgimento negli attentati, poi dopo decide di prendersi comunque il merito di aver sconvolto il mondo, di aver terrorizzato l’umanità. Bin Laden, è lui il colpevole, è lui l’ideatore di tutto, è lui lo sceicco del terrore che è riuscito a portare la guerra in casa degli americani. 

E improvvisamente il popolo Usa ha dimenticato quella che, fino a quel momento, la storia aveva identificato come la più grave delle umiliazioni inflitte all’America, l’attacco di Pearl Harbor ad opera dell’esercito giapponese ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. La risposta a quell’oltraggio fu lo sganciamento delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, la risposta all’attentato dell’11 settembre fu invece la guerra al terrorismo e a quegli stati del Medio Oriente considerati in combutta con Bin Laden; l’Afghanistan dei talebani, l’Iraq di Saddam Hussein. 

Ma se contro i giapponesi le bombe atomiche ottennero il risultato di piegare definitivamente ogni resistenza nipponica, la guerra al terrorismo, diretta conseguenza dell’attacco alle torri gemelle, non ha affatto ottenuto l’effetto sperato, quello cioè di vendicare le vittime dell’11 settembre, estirpando nel contempo il terrorismo islamico. Certo, Bin Laden è stato ucciso, il regime dei talebani in Afghanistan è stato abbattuto, il Mullah Omar è morto (almeno sembra confermato), Saddam Hussein ha perso la guerra e dopo essere stato catturato è finito sulla forca. 

Ma si può parlare di successo Usa nella lotta al terrorismo? No, perché il terrorismo non soltanto non è stato sconfitto ma è più forte di prima al punto che, proprio la caduta di quei regimi considerati responsabili del sanguinoso attentato, hanno fatto precipitare il Medio Oriente nel caos, nell’anarchia più totale, in una guerra tribale che ha agevolato l’esplodere del radicalismo islamico e l’affermazione del terrorismo come forma di lotta e di resistenza ad un Occidente considerato “il grande Satana”. 

A tutto ciò si sono aggiunte negli ultimi anni le fallimentari strategie di Obama, quell’assurda pretesa di esportare la democrazia nei paesi islamici fino a sostenere lo sviluppo delle primavere arabe in Egitto, in Libia, in Siria. Ci ritroviamo oggi con l’Isis che ha occupato tre quarti della Siria, con la Libia nelle mani dei fondamentalisti e con l’esodo di interi popoli costretti a lasciare le proprie terre per sfuggire alle pulizie etniche messe in atto dai miliziani del Califfato con metodi che avrebbero fatto rabbrividire persino il celebre, spietatissimo Attila. 

L’Occidente ha purtroppo completamente fallito la strategia di risposta all’11 settembre del 2001. 

Da quel giorno il mondo ha smesso di essere al sicuro, il terrore ha preso a dominare e gli Usa, l’Europa, i popoli cosiddetti civili, hanno perso la capacità di vincere la paura.
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