Le parole della settimana: fecondazione, appello, dignitas

12 aprile 2014 ore 2:11, Paolo Pivetti
Le parole della settimana: fecondazione, appello, dignitas
Fecondazione deriva da fecondare, cioè, secondo un buon dizionario, “rendere fecondo, determinare la condizione per cui si forma e si sviluppa un germe embrionario”. Spaccando la parola ci troviamo dentro tante belle nozioni scientifiche.
Questo perimetro di conoscenze, che la scienza provvede giorno per giorno ad ampliare, sembra sufficiente all’uomo di oggi per poter dire: è mio dominio, ne faccio quello che voglio. Ho il diritto di ottenere i figli che voglio, e quando voglio, anche se non posso, come le fragole d’inverno. Di qui la Fecondazione eterologa che si serve del seme o dell’ovocito di un donatore o di una donatrice al di fuori della coppia. Lecita? Non lecita? Finora la legge diceva di no e il popolo si era già espresso chiaramente in materia facendo mancare il quorum al referendum del 2005, cioè confermando il no. Ma è arrivata la Consulta che, ribaltando il responso popolare, ha espresso il suo sì. La menti “illuminate” plaudono, e con esse i centri privati di “fecondazione assistita”. Appello bis è quello al quale sarà sottoposto Alberto Stasi, ripetutamente processato e assolto dall’accusa di aver assassinato la fidanzata Chiara Poggi. Perché appello bis? Perché, dopo sette anni dai fatti, sette anni durante i quali Stasi, come unico indiziato è stato processato e prosciolto in primo e secondo grado, la Cassazione ha ritenuto che non tutti gli elementi siano stati ben considerati dalla Corte d’Appello che lo aveva definitivamente liberato dall’accusa. Dunque, appello bis. Il cittadino Stasi sta pagando da sette anni il suo tributo di angoscia al perfezionismo di una Giustizia talmente perfezionista che non si fida più nemmeno di sé stessa. Dignitas è il nome di una clinica svizzera. Tradotto dal latino vuol dire dignità: un nome come un altro. Veramente no, non è un nome come un altro; è un nome che contiene implicito un messaggio: “Noi facciamo quello che facciamo in nome della dignità dell’uomo”. E cos’è che fanno? Praticano l’eutanasia, che come ben sappiamo significa buona morte (dal greco eu, buona e thanatos, morte). Un’anziana signora inglese, insegnante in pensione di 89 anni, ha deciso di chiedere l’eutanasia per la sua incapacità di adattarsi alla tecnologia dei nostri giorni. Pur non essendo affetta da alcuna grave malattia, è riuscita a convincere i medici a toglierla da una vita che non le prometteva un “futuro invidiabile”. È bastato questo argomento per convincerli.
autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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