I rischi di un incendio caucasico e la diplomazia di Francesco (a fine Settembre in Azerbaigian)

12 aprile 2016 ore 10:31, intelligo
Andrea Marcigliano, Senior Fellow de “Il Nodo di Gordio”

La Sala Stampa vaticana, a fine settimana scorsa, ha annunciato che il Pontefice compirà, nei prossimi mesi, due viaggi nella regione caucasica: a fine Giugno in Armenia, a fine Settembre in Azerbaigian e Georgia. Date diverse e distanti, paesi confinanti. Una scelta che potrebbe apparire poco razionale, se non si tenesse presente la tensione al calor bianco che corre fra questi paesi, dove tra Baku e Yerevan è di fatto in corso, da oltre vent’anni, un conflitto “a bassa intensità”, ovvero una guerra strisciante dietro il paravento di una difficile, ancorché lunga tregua. Motivo del contendere la, povera e strategicamente ininfluente, provincia del Nagorno-Karabach; una enclave a maggioranza armena incistata in territorio azero che, all’implosione dell’URSS, all’inizio degli anni ’90, si è proclamata indipendente dalla neonata Repubblica dell’Azerbaigian. Di qui un conflitto, rapido ma estremamente sanguinoso, che ha visto la nuova Repubblica di Armenia scendere in campo al fianco dei “fratelli” del Nagorno-Karabach ed occupare, con l’aiuto neppure tanto velato di Mosca, non solo quella, ma anche altre sette province limitrofe a maggioranza azera. Con il risultato che Baku si è trovata spogliata di quasi il 30% del suo territorio nazionale, e che oltre un milione e mezzo di azeri sono stati costretti a fuggire da quei territori abbandonando le loro case. Poi, nel ’93 l’inizio di questa difficile tregua, frequentemente interrotta da scontri di confine fra le truppe di Yerevan e quelle di Baku. In
I rischi di un incendio caucasico e la diplomazia di Francesco (a fine Settembre in Azerbaigian)
parallelo, come al solito, vari pronunciamenti delle Nazioni Unite – che invitavano l’Armenia a sgomberare dalle province azere occupate ed entrabi i contendenti a trovare una soluzione pacifica e condivisa al contenzioso sul Nagorno-Karabach, nel frattempo divenuta una delle tante Repubbliche fantasma – non riconosciute dalla Comunità Internazionale, come la Transnistria, l’Ossezia del Sud, l’Abkhazia – sorte da enclave etniche dopo il crollo dell’Impero Sovietico.
Naturalmente tutte le esortazioni dell’ONU sono restate lettera morta, e peggio ancora è andata con il cosiddetto Gruppo di Minsk, formatosi in seno all’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea) nel ‘92 per mediare a livello internazionale la questione. Un “Gruppo” di cui fanno parte – oltre ad Armenia ed Azerbaigian – paesi assolutamente ininfluenti nella regione caucasica, come Portogallo, Svezia, Finlandia, altri che vi hanno notevoli interessi economici – Germania ed Italia – ed altri ancora strettamente collegati con i due contendenti: Russia, Bielorussia e Francia – in forza della forte lobby armena interna – dalla parte di Yerevan; la sola Turchia da quella di Baku. La Presidenza del Gruppo, però, è divisa, a turno, fra Parigi, Mosca e Washington. E questo già da solo spiega le difficoltà di una mediazione, visto che l’Azerbaigian non può, logicamente, nutrire molta fiducia né nella Francia – che da sempre appoggia le rivendicazioni di Yerevan – né nella Russia, della quale l’Armenia è, a tutti gli effetti, un satellite economico – fa parte dell’Unione Economica Eurasiatica – e strategico. Infatti Mosca continua a detenere in territorio armeno la base militare di Erebuni, una delle più importanti dii tutto il Caucaso, dove ha schierato una notevole forza aerea. La Casa Bianca, da parte sua, da un lato sostiene le rivendicazioni dell’Azerbaigian che, pur ufficialmente non allineato, viene considerato, come la limitrofa Georgia, un paese “amico” della NATO; dall’altro, però, non ha mai cercato di forzare la mano, per timore di suscitare le reazioni negative della forte diaspora armena radicata negli States.
Di qui la lunga situazione di stallo. Poi, nelle settimane scorse, d’improvviso tra armeni ed azeri è tornato a riaccendersi. Accuse reciproche di non aver rispettato la tregua, scontri fra guardie di frontiera, morti, feriti, reparti dell’Esercido dell’Armenia che affluiscono nel Nagorno-Karabach e nei territori occupati sotto le vesti di “volontari”…

Insomma, un film già visto molte volte ed in molti luoghi. Questa volta, però, il rischio che un conflitto regionale – con connotati originari di scontro tra nazionalismi etnici – possa portare ad una deflagrazione ben più vasta è decisamente concreto. Dietro Yerevan si sono immediatamente mobilitate le forze della Russia; dietro a Baku si è immediatamente schierata Ankara, che ha messo in stato di allerta la sua Terza Armata, la più forte dell’Esercito Turco, che presidia il confine caucasico, in funzione anti-russa, sin dai tempi della Guerra Fredda. Ma i rischi appaiono ancora maggiori se si pensa che l’Azerbaigian è strettamente legato con la Georgia, in perenne tensione con Mosca per la questione dell’Ossezia del Sud. Per altro l’Armenia mantiene stretti legami con Teheran, e collabora con il paese degli ayatollah anche in materia di sicurezza. Mentre l’Azerbaigian – oltre che con i paesi della NATO – intrattiene ottimi rapporti con Israele. Si aggiunga la questione, cruciale, dei gasdotti ed oleodotti che innervano tutta la regione, si pensi alla minaccia del jihadismo dello Stato Islamico che proprio al Caucaso guarda con particolare interesse per estendere i suoi tentacoli, e si comprenderà come la crisi del piccolo Nagorno-Karabach rischi di divenire una minaccia per gli equilibri mondiali pari a quella rappresentata dall’ormai annoso conflitto in Siria ed Iraq.
Di qui la preoccupazione che serpeggia anche nel nostro mondo diplomatico e politico, per lo meno fra coloro che si occupano di politica estera. “Siamo costernati per gli ultimi eventi accaduti nel Nagorno-Karabach – ci ha detto il sen. Sergio Divina (Lega Nord) vice presidente della Commissione Difesa del Senato – Ben quattro risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU chiedono il ritiro delle forze armate armene dai territori dell’Azerbaigian occupati, sempre sostanzialmente ignorate…”.
E il sen. Nicola Latorre (PD) presidente della Commissione difesa del Senato: “La guerra del Nagorno-Karabach è un conflitto che continua da un quarto di secolo con conseguenze drammatiche…troppo debole è l’attenzione della comunità internazionale verso una situazione che può degenerare… rafforzare  l’importanza del rispetto delle risoluzioni dell’ONU è un passaggio fondamentale per una definitiva soluzione pacifica….non può esservi soluzione militare a questo conflitto…è auspicabile che riprenda l’iniziativa del Gruppo di Minsk…”
Gruppo di Minsk che, però, ha già mostrato tutti i suoi limiti…chissà, forse l’ultima speranza è proprio la diplomazia di Papa Francesco che, intanto, annunciando le sue prossime “visite pastorali” sembra aver già notevolmente contribuito ad un momentaneo silenzio delle armi.


autore / intelligo
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]