Si chiama Atlante il nuovo fondo salva-banche: risorse private (in salsa pubblica)

12 aprile 2016 ore 17:42, Luca Lippi
Dopo una serie serrata di incontri al Mef tra banche, assicurazioni, Cdp, Bankitalia e governo nasce il fondo Atlante con una dotazione di circa 6 miliardi di euro. Il fondo Atlante sarà gestito Quaestio Sgr, Società di Gestione del Risparmio, un’istituto che si occupa di intermediazione finanziaria. Questo in particolare è presieduto da Alessandro Penati e fa parte di una holding la Quaestio SA, società con sede in Lussemburgo detenuta da Fondazione Cariplo, Locke srl, la Cassa di previdenza dei Geometri, l’Opera Don Bosco e Fondazione Cassa di risparmio di Forlì.
A cosa serve atlante? Serve a sostenere il sistema bancario, è chiarissimo! La politica cerca di rassicurarci (non potrebbe fare altrimenti) ma nei fatti il sistema è in forte crisi, e la costituzione di questo fondo ne è la conferma. 
Del resto il salvataggio delle quattro banche, le difficoltà di MPS e il crollo in Borsa nelle prime settimane nel 2016, gli aumenti di capitale forzati di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, la fusione tra Banco Popolare e Banca popolare di Milano sono tutti segnali di un sistema bancario non proprio in salute. 
Le norme fino ad ora adottate per velocizzare i tempi di recupero crediti, la creazione dei Gacs (per quanto poco incisivi) per la vendita dei crediti in sofferenza non sono serviti a molto, è ora il turno di un fondo privato con una dotazione di circa 6 miliardi.

Si chiama Atlante il nuovo fondo salva-banche: risorse private (in salsa pubblica)

Atlante ha due funzioni: sostenere le banche che devono affrontare un aumento di capitale e aiutare gli istituti a liberarsi dei crediti in sofferenza. Vedremo cosa succede con l’aumento di capitale della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, per due banche in queste condizioni l’aumento di capitale è tutt’altro che un successo assicurato: le azioni della Popolare di Vicenza sono passate da 62 euro a 6,3 e quelle di Veneto Banco da 39,5 a 7,3 euro. Insomma chiedere soldi agli investitori e presentarsi in Borsa non sarà proprio una passeggiata. Ed è qui che entra in funzione Atlante; il fondo sarà pronto a comprare l’inoptato, ovvero le azioni rimaste invendute al termine dell’aumento di capitale. Già solo la presenza di questo paracadute dovrebbe rassicurare gli investitori e quindi favorire la conclusione positiva dell’operazione.
La seconda funzione del fondo atlante è quella di favorire la vendita dei crediti in sofferenza. Le banche italiane hanno in pancia 200 miliardi di crediti in sofferenza, ovvero difficilmente recuperabili, che pesano negativamente sui bilanci delle banche stesse. Il governo ha tentato di tagliare i tempi della giustizia per il recupero di questi crediti, tuttavia se l’Italia riuscisse a tagliare i tempi per il recupero dei crediti in sofferenza dagli attuali 7-8 anni a 5 il valore dei crediti salirebbe del 10-12%. L’intervento del fondo Atlante, in pratica, dovrebbe portare al “repricing”, ovvero il riprezzamento dei crediti in sofferenza. Quando si discuteva della creazione della bad bank italiana il problema era fissare il prezzo delle sofferenze: il valore dato dal mercato è molto più basso di quello iscritto a bilancio da parte delle banche. Per semplificare: se una banca ha 100mila euro di crediti in sofferenza e li mette a bilancio al 44% (la media delle banche italiane) cioè considera di poter recuperare 44mila euro, ma poi vende l'intero pacchetto al 20% (il valore dato attualmente dal mercato) cioè a 20mila euro significa che nel bilancio della banca si è creato un buco di 24mila euro. Considerando che il sistema bancario italiano ha 200 miliardi di crediti in sofferenza è chiaro quanto sia centrale la partita sulla vendita dei crediti al prezzo giusto.
L’obiettivo quindi è quello di far salire il valore di mercato di questi crediti in modo da allineare il più possibile il prezzo che gli investitori sono disponibili a pagare al valore a cui le banche hanno messo a bilancio i crediti in sofferenza. Questo serve per evitare operazioni shock come quelle avvenute per le quattro banche salvate lo scorso novembre quando i crediti in sofferenza sono stati valutati al 17% azzerando gli investimenti dei correntisti. Il Fondo Atlante agirà parallelamente ai Gacs, ovvero le garanzie statali che, però, per non inciampare nell’aiuto di Stato possono entrare in funzione soltanto sulla tranche senior. Atlante, invece, spiega il comunicato,“concentrerà i propri investimenti sulla tranche junior di veicoli di cartolarizzazione” senza incorrere nello stop europeo sugli aiuti di stato perché è un fondo privato.
Chi ci mette i soldi? Le compagnie assicurative (circa un miliardo), le Fondazioni (500 milioni euro), e le principali banche (tot 3 miliardi). Ci sarà poi l’intervento di Cassa Depositi e Prestiti (circa 500 milioni), e questi saranno azionisti in via residuale dopo gli aumenti di capitale delle banche salvate. Si tratta di un’operazione orchestrata da un fondo a gestione privata per raggirare il divieto di aiuti di stato della Ue, tuttavia non si esclude che Bruxelles voglia conoscere i dettagli dell’operazione. I soldi pubblici sono presenti soltanto in Cassa Depositi e Prestiti il cui scopo dovrebbe essere, secondo lo statuto, gestire in maniera prudente i risparmi postali degli italiani. I dettagli sulla creazione del fondo Atlante e sul suo funzionamento dovrebbero uscire nei prossimi giorni, quando magari arriverà anche la risposta alla vera domanda: ma banche, assicurazioni e fondazioni che mettono soldi nel fondo Atlante per salvare le altre banche in crisi, cosa ci guadagnano?
In conclusione, a parole il sistema bancario italiano è tra i più sani e solidi d’Europa, ma i fatti, cioè la corsa all’approvazione del fondo Atlante che dovrà reggere il sistema bancario italiano raccontano un’altra storia.

autore / Luca Lippi
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