Piemonte, Chiamparino resta in sella. Perchè i giudici hanno detto no alla Lega

12 febbraio 2016 ore 11:28, Lucia Bigozzi
Il Consiglio di Stato ha detto no. Il “caso” Piemonte si arricchisce di un nuovo capitolo, l’ultimo della serie sulla vicenda delle presunte irregolarità nella raccolta delle firme relative ad alcune liste elettorali che sostenevano la candidatura a governatore di Sergio Chiamparino. I giudici hanno respinto il ricorso della Lega Nord e il legale del Pd, Vittorio Barosio, ha spiegato che il Consiglio di Stato ha confermato la sentenza del Tar del Piemonte del luglio scorso, che già aveva dato ragione al presidente Chiamparino. “Sono state accolte le nostre motivazioni”, ha spiegato il legale del partito. Con il ricorso, il partito di Salvini aveva contestato il risultato delle elezioni regionali del 2014. Ora Chiamparino potrà continuare ad esercitare pienamente il suo mandato e commentando la sentenza del Consiglio di Stato ha affermato che la decisione “conferma la legittimità formale della mia candidatura e di conseguenza quella della mia elezione, peraltro mai messa in discussione a livello politico”. In sostanza, la Lega aveva deciso il ricorso a seguito delle polemiche sulle presunte firme false in alcune liste di appoggio alla candidatura dell’ex sindaco di Torino, ma i giudici nella sentenza hanno stabilito che “le censure devono essere specifiche e circostanziate, anche in materia elettorale” e hanno ritenuto “infondate” pure “le doglianze della ricorrente”. In questo caso la ricorrente era Patrizia Borgarello esponente della Lega che lamentava il mancato accesso a informazioni che le avrebbero permesso di dimostrare la veridicità delle contestazioni mosse riguardo ad alcune liste elettorali. 

Piemonte, Chiamparino resta in sella. Perchè i giudici hanno detto no alla Lega
Non solo: il Consiglio di Stato ha inoltre evidenziato come la vicenda sia diversa da quella che aveva portato alla decadenza dell’allora governatore del Piemonte Roberto Cota (Lega): “In questa prospettiva non potrebbe non rilevarsi, come già fatto dal Tar, che, diversamente da quanto accaduto in occasione del precedente contenzioso elettorale regionale, quando la lista risultata indebitamente ammessa era espressione, in sé, di una componente politica diversa da quella propria del candidato presidente vittorioso, nel caso odierno la lista della cui legittima partecipazione si discute, ossia la lista provinciale di Torino “PD-Chiamparino Presidente”, è espressione della stessa forza politica del presidente eletto. Discende da questo punto la ragionevole presunzione che i suffragi da essa raccolti sarebbero comunque tendenzialmente rimasti per lo più all’interno della relativa coalizione (per completezza si rammenta anche che nel caso precedente la lista indebitamente ammessa aveva raccolto 15.805 voti, numero di suffragi ampiamente superiore all’esigua differenza allora riscontrata tra i due candidati presidenti, limitata ad appena 9.000 voti circa)”. Caso chiuso? 
autore / Lucia Bigozzi
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