Scalfari, attacco alla Merkel o all’Europa?

12 gennaio 2016 ore 16:04, intelligo

di Alessandro Corneli


Fino a qualche settimana fa, la ricetta degli europeisti, di fronte al perdurare della crisi o all’assenza di una chiara svolta, era una sola: “Ci vuole più Europa”. Per la prima volta, un capofila storico degli europeisti come Eugenio Scalfari, nell’articolo di domenica scorsa 10 gennaio sulla Repubblica, intitolato “L’Europa è a pezzi e l’Italia è tagliata a fettuccine”, non ha fatto ricorso a questo argomento, a questo salvagente universale e indimostrabile che serviva solo a confutare i critici dell’Europa.

Scalfari ha scelto un’altra linea: ha denunziato gli errori di Angela Merkel sull’immigrazione, la ripresa in forze dei partiti “di destra”, i muri e gli altri provvedimenti di respingimento degli emigranti presi da numerosi Paesi tanto che “il trattato di Schengen… di fatto non esiste più” e se non verrà ripristinato nei prossimi tre o quattro mesi “l’Europa come Unione non esisterà più proprio nel momento in cui la buona stagione farà riprendere massicciamente i viaggi per mare”. Il tutto inquadrato in un realismo fatalistico: “L’emigrazione… non si fermerà… durerà almeno cinquant’anni”. Con la Spagna che non è riuscita, dopo le elezioni, a formare un governo, con il Portogallo e l’Irlanda che “si trovano in pessime acque” mentre “la Grecia è in gravi difficoltà”, il risultato è quello di “un’Europa che è ormai incapace di esiste politicamente”, affidata a “una burocrazia abbandonata da ogni lato a se stessa”.

Giudizi di una pesantezza estrema che scavalcano gli argomenti superficiali degli euroscettici. L’Italia fa la sua parte nello sfascio. Pur ammettendo che una piccola ripresa sia in atto, il debito pubblico rimane altissimo e guida una serie di guai: “Ci sono le banche, c’è una premiership faccendiera, c’è un Parlamento svuotato d’ogni potere, c’è alle viste un referendum costituzionale che quanto di peggio si possa concepire, c’è l’evasione e la corruzione” e, in politica estera, il nostro è un “risibile protagonismo”. Giudizio, quest’ultimo, che fa il paio con l’intervista al Corriere della sera dell’11 gennaio con cui Massimo D’Alema ha crocefisso la diplomazia renziana.

Difficile dire se l’appello finale di Scalfari al presidente Mattarella avrà qualche effetto, se si riuscirà a far modificare la legge referendaria che, sulla conferma della riforma costituzionale, prevede che prevalga la semplice maggioranza dei voti validi. Per cui se, per ipotesi, tre cittadini soltanto si recassero a votare, la riforma potrebbe essere approvata, o respinta, con due voti contro uno.

La polemica di Scalfari contro questa riforma costituzionale è nota da tempo. Pertanto la novità del suo ultimo articolo è la rinunzia all’argomento che, per l’Italia come per l’intera Ue, “ci vuole più Europa”. È una novità di straordinaria importanza che si collega alla freddezza con cui vengono giustificati gli effetti del Qe di Mario Draghi (e anche questa è un segnale rilevante che proviene dagli europeisti ). Forse èun tentativo di aprire la strada a una nuova tesi argomentativa: per salvare il processo d’integrazione europea, è necessario inserirlo (cioè diluirlo) nel Ttip, il Trattato di libero commercio transatlantico che Obama vorrebbe portare a casa prima di lasciare la Casa Bianca tra un anno. Operazione non facile. Per fare un esempio, come può la Germania accettare il Ttip mentre alcune agenzie governative americane chiedono alla Volkswagen una sanzione che potrebbe andare da 20 a 80 miliardi di dollari?

Allora l’attacco di Scalfari alla Merkel si staglia su un diverso scenario, quello delineato il 9 gennaio in un editoriale di Ross Douthat sul New York Times che, partendo da una critica sulla politica buonista della

Cancelliera riguardo l’immigrazione, chiudeva in modo perentorio: “Angela Merkel se ne deve andare così che il suo Paese e l'intero continente da lei guidato possano evitare di pagare un prezzo troppo alto per la sua follia di nobili principi e ideali". Un attacco alla politica di immigrazione in Europa che viene da un paese – gli Stati Uniti – che hanno accolto e continuano ad accogliere milioni di immigrati, di cui molti clandestini, ha poche giustificazioni oltre la pura strumentalità in funzione di ben altri obiettivi, il primo dei quali potrebbe essere, come detto, vincere le resistenze del Paese-guida dell’Europa, cioè la Germania, alla firma del Trattato.


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