La Croce e la Mezzaluna a piazza Tahrir... e quella complessa partita geopolitica e geo-economica

12 luglio 2013 ore 12:00, intelligo
La Croce e la Mezzaluna a piazza Tahrir... e quella complessa partita geopolitica e geo-economica
di
Andrea Marcigliano A piazza Tahrir, al Cairo, accanto ai simboli dell’Islam, la Mezzaluna su tutti, molti manifestanti contro il Presidente Morsi ed il suo Governo infeudato dai Fratelli Musulmani ostentavano, orgogliosamente, la Croce. Simbolo di appartenenza alla Chiesa Cristiano Copta egiziana, una delle comunità più antiche dell’intero Mediterraneo: Un accostarsi di simboli che, troppo frettolosamente siamo abituati a mettere in contrapposizione fra loro, evocando, sui nostri Media, fantasmi di antiche Crociate e/o Guerre Sante; simboli che, al contrario, nel Maghreb come in tutto il Medio Oriente, da tradizionalmente convivono, a dimostrazione che quello che oggi chiamiamo dialogo inter-religioso è sempre esistito. E che se è vero che, nella storia, si ritrovano Crociate e Guerre Sante, è altresì indiscutibile che ai momenti di antagonismo e conflitto se ne sono sempre alternati altri di sintesi e convivenza. Anzi, a una disamina attenta risulterebbe evidente come questi ultimi furono sempre più lunghi, duraturi e fruttiferi di quelli caratterizzati dalla guerra e dalla violenza, tanto che possiamo dire che la coesistenza e la sintesi tra religione cristiana ed islamica è stata un elemento fondamentale e fondante della civiltà mediterranea prima, di quella moderna poi. Oggi, però, si nota un’eccessiva insistenza mediatica sul tema dello Scontro di Civiltà; un’insistenza per molti versi miope, ottusa, ché poco o nulla ha a che fare con l’acuta analisi dei rischi cui andavamo incontro dopo la Guerra Fredda che Huntington svolse nel suo famoso, citatissimo e poco compreso “Civilisation Clash”.  Insistenza falsamente bilanciata da un politically correct che puna sulla omologazione di tutte le differenze e le distinzioni in nome di una concezione della modernità totalmente infeudata dal più vieto relativismo morale. Due aspetti, a ben vedere, della stessa medaglia fasulla: quello della Crociata/Jihad, e quello della pretesa e forza multiculturalità omologante. Due prodotti, per altro, della stessa “cultura” relativista, ed entrambi usati per mascherare ben altre e ben altri interessi che si muovono dietro agli odierni conflitti. Torniamo in Egitto. La piazza, la stessa piazza che aveva, due anni or sono sancito la fine del regime del Rais Mubarak, oggi è stata la causa, o per lo meno il pretesto dell’intervento dell’esercito, che ha deposto il Presidente – regolarmente eletto – Morsi, espressione dei Fratelli Musulmani. Tutto semplice e chiaro, dunque? No, perché se osserviamo con più attenzione il dramma inscenato nella terra delle Piramidi, scopriamo che il capo di stato maggiore delle Forze Armate egiziane, il gen. Abdel Fattah al-Sisi, l’uomo che ha guidato il “pronunciamento” militare degli ultimi giorni, è, anch’egli considerato un “islamista” con addirittura parenti fra i capi dei Fratelli Musulmani. Fratelli che, nei mesi scorsi, si erano spaccati in varie fazioni, aprendo così dall’interno la crisi poi esplosa nelle piazze. Dove, per altro, contro il governo di Morsi – appoggiato da Washington e dall’Emiro del Qatar – si sono schierati anche gli estremisti salafiti raggruppati nel partito El Nur, gli stessi accusati degli attacchi alle chiese cristiane dei mesi scorsi, e notoriamente appoggiati da Riyadh. E non per caso i sauditi – insieme al Kuwait e agli Emirati Arabi – stanno ora sfruttando il cambio di governo e investendo enormi capitali in Egitto. I sauditi che, non dimentichiamolo, sono i principali finanziatori diretti di tutti i gruppi e movimenti fondamentalisti islamici in giro per il mondo, e, si sospetta, anche di quelli armati jihadisti. Solo un esempio, per cercare di spiegare che le semplificazioni sono quasi sempre sbagliate e, sovente, volutamente falsificanti la realtà. Realtà che in Egitto, come in Siria, come in tutto il Grande Medio Oriente, è estremamente complessa e non riducibile a schematismi ideologici. Non è in atto (o incombente) una Guerra Santa fra cristiani e musulmani e neppure, come alcuni vogliono, un conflitto fra “modernità” – ovvero democrazia e progresso – tradizionalismo religioso e sociale di matrice islamica. Piuttosto stiamo assistendo ad una complessa partita geopolitica e geo-economica con molti attori che usano diverse maschere e di continuo le mutano, per celare, comunque, interessi che con le Religioni poco, anzi nulla hanno a che vedere. Perché il male peggiore in cui stiamo incorrendo è lo sfruttamento della Fede e delle fedi dei popoli, ridotte ad ideologie, per scatenare e portare avanti conflitti il cui unico scopo è destabilizzare intere regioni cruciali dello scacchiere mondiale. Destabilizzazione che causa certo, la rovina delle popolazioni – “nessuna maggior disgrazia per un popolo che vivere una rivoluzione” scriveva, profeticamente, il vecchio Joseph De Maistre – lacrime, miseria e sangue.... ma che per pochi, annidati al sicuro, è occasione ghiotta di enormi guadagni e di potere.  
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