Zecchi: “Conchita? E’ come la merda d’artista di Piero Manzoni. E' uno tsunami che rende”

12 maggio 2014 ore 12:30, Marta Moriconi
Zecchi: “Conchita? E’ come la merda d’artista di Piero Manzoni. E' uno tsunami che rende”
Conchita? "E’ come la merda d’artista di Piero Manzoni”. Stefano Zecchi, docente di Estetica e autore di vari saggi sull’arte e la società contemporanea, non usa mezzi termini, per lui si tratta solo “di cattivo gusto”. Ma quale rispetto e tolleranza? E’ solo “una provocazione che avviene anche nell’arte”. E spiega a IntelligoNews le nuove forme di comunicazione. Non evitando una critica nei confronti dei “benpensanti del politicamente corretto” e un commento su Genny ‘a carogna “che riguarda un altro genere di problemi”. Professore, ha vinto “chi crede nel rispetto”, in un “futuro di pace e libertà” e “basato sulla tolleranza”? Per i media la vittoria di Conchita, la Drag queen con la barba che si è aggiudicata la gara canora dell’Eurovision Song Contest, rappresenta tutte queste cose. E’ davvero così? «Per me non è niente di tutto questo. Rappresenta il cattivo gusto. Dal punto di vista estetico rappresenta un tipo di provocazione che avviene anche in arte, come la merda di artista di Piero Manzoni. Sono quelle forme di trasgressione il cui contenuto è fine a stesso».
Zecchi: “Conchita? E’ come la merda d’artista di Piero Manzoni. E' uno tsunami che rende”
Ha intravisto oltre alle “canzonette”, una certa volontà di proporre anche in un contesto musicale,  un tipo di società diverso, diciamo ‘nuovo’?
«Il canto è una forma di comunicazione che rispecchia la nostra società. E’ banale dire, come dice Bennato, che sono solo canzonette. Poi, certo, va visto come sono interpretate, ma non è un mistero che, poi, proprio questo tipo di canzonette cantate da questo tipo di persone diventino un successo. E i giornali ne parlano. A me tutto sommato che la società si divida mi fa piacere perché rispecchia i meccanismi democratici. Posso temere un altro fatto, però: i benpensanti del political correct che ti giudicano se dici che secondo te è una pagliacciata e finiscono per giudicarti moralisticamente. Allora qui siamo nella sfera del giudizio che non ammette opinioni diverse, e non va bene». Come valuta il gesto da arena romana di Genny la Carogna? «E’ un fenomeno diverso, non paragonabile all’altro. Qui c’è un problema di ordine pubblico. Negli stadi e fuori degli stadi si scatenano guerriglie di persone depresse che non hanno il senso della comunità, quindi vivono queste occasioni di massa come dei momenti per sfogare i loro istinti. Accade nelle realtà in cui si assemblano moltissime persone». Spettacolarizzazione del dolore, delle canzoni, perfino della delinquenza. E’ tutto un teatro? «Condivido pienamente. Ormai viviamo in una società dello spettacolo, dove conta l’apparenza, che diventa di volta in volta provocatoria, esibizionista, aggressiva. Questo dipende molto da una società che ha virtualizzato la sua comunicazione. Ci si è costruiti un grande teatro dove conta l’apparire. Dal politico a Conchita quello che conta non è quello che viene detto, ma l’immagine. Nella comunicazione politica, che dovrebbe essere più pregante, si fa un tweet con parole contingentate e via, si comunicano riforme e quant'altro. L’immagine poi è come uno tsunami, in 5 secondi arriva l’onda, ma ci vogliono non so quanti fiumi di parole per descriverne il dramma. Il fatto è che lo spettacolo rende di più e comunica con grande evidenza. Senza fatica.  E non gli importa se poi i contenuti sono miseri».  
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