Il peccato non è reato. Ma gli italiani si spaccano

12 marzo 2015, Americo Mascarucci
Il peccato non è reato. Ma gli italiani si spaccano
Il peccato non è reato. Questa la linea difensiva dei legali di Silvio Berlusconi uscito definitivamente assolto dal processo Ruby.
 


Per i berlusconiani di più stretta osservanza si tratta della fine di un incubo, la dimostrazione più evidente di una persecuzione giudiziaria basata sul nulla, un  teorema costruito confondendo i vizi privati con i fatti penalmente rilevanti. Per quanto riguarda il campo degli anti berlusconiani invece l’assoluzione, per quanto inoppugnabile in punta di diritto, si presterebbe a diverse interpretazioni. 


Marco Travaglio, l’anti-berlusconiano per eccellenza, ha infatti sostenuto che l’assoluzione in Appello e in Cassazione è da collegare unicamente alla legge Severino che ha modificato il reato di concussione per induzione introducendo l’esistenza di un vantaggio per il concusso.


 Norma questa che prima non era contemplata. Berlusconi telefonando in Questura per chiedere la liberazione di Ruby Rubacuori - spiega Travaglio - avrebbe sì indotto il capo di gabinetto a rilasciare la ragazza fermata per furto affidandola a Nicole Minetti, nonostante la prassi ne richiedesse l’affidamento in quanto minorenne agli assistenti sociali, ma il funzionario di Polizia nel soddisfare i desiderata dell’allora premier non avrebbe ricavato alcun profitto. In base alla legge Severino l’assenza di vantaggi per il concusso escluderebbe quindi la concussione per induzione


Se non fosse intervenuta la legge Severino a procedimento penale aperto - è la conclusione di Travaglio - Berlusconi sarebbe stato condannato, in quanto restava sufficiente “l’indebita pressione” su Ostuni, “intimorito” dall’autorità di chi stava all’altro capo del telefono, per configurare la concussione. Punti di vista, opinioni discutibili che in queste ore stanno accendendo dibattiti televisivi e scontri politici. Tuttavia la linea difensiva di Berlusconi è sembrata orientata principalmente a marcare la linea di confine fra il peccato ed il reato. Perché secondo l’analisi dei difensori dell’ex Cavaliere, le cene di Arcore erano tutt’altro che eleganti, censurabili sul piano morale ma del tutto estranee al contesto penale. 


Secondo l’analisi di Travaglio, l’impianto accusatorio sarebbe stato confermato in pieno, ad iniziare dall’esistenza di quel “sistema prostituivo” ipotizzato da Ilda Boccassini nella requisitoria del processo di primo grado che portò alla condanna di Berlusconi, ma ad essere scomparso è soltanto il reato modificato dall’intervento della Severino; per i legali dell’ex premier invece il reato non c’è mai stato, perché il peccato non è appunto reato. Già, il peccato! Una categoria che tuttavia rientra soltanto nella coscienza del credente, di colui che sa distinguere appunto il bene dal male, ciò che è moralmente giusto da ciò che non lo è. Il peccato è in sostanza per chi crede il prodotto dell’eterna lotta fra il bene ed il male che alberga nella coscienza dei singoli e la prevalenza del male sul bene, attraverso la consapevole volontà dell’essere umano di cedere ai richiami del male per appagare un proprio desiderio. Per il credente al peccato c’è sempre rimedio attraverso la riconciliazione con il bene, cioè il padre buono e misericordioso, tramite il dono della confessione, ossia la presa di coscienza dei propri errori e dell’avvenuta resa alle seduzioni del male. Il peccato in sostanza è il rischio maggiore in cui può incorrere l’essere umano nel momento in cui è lasciato libero da Dio di scegliere fra il bene ed il male. Nei paesi islamici ciò che è peccato spesso corrisponde al reato, perché non vi è distinzione alcuna fra la legge di Dio e la legge degli uomini. Nelle legislazioni occidentali ed europee invece appare sempre più evidente il contrasto fra la legge morale dettata dai testi sacri e le leggi dell’uomo fondate anche sulla “libertà di peccare”. 


Ecco quindi che si arriva al paradosso di affermare nelle aule di giustizia come determinati comportamenti, pur essendo configurabili come peccati, non possono essere considerati reati, in base alla distinzione fra l’etica e la giustizia e all’affermata consapevolezza che il male è soltanto una classificazione da relegare nella sfera religiosa, a meno che non vada a compromettere la tutela della persona (è chiaro che un omicidio oltre che un peccato grave è anche un reato grave). 


Per il resto l’individualismo ha il sopravvento su qualsiasi legge morale, come sta a dimostrare l’accettazione di qualunque comportamento teso a soddisfare il desiderio dell’essere, le singole pulsioni dell’io, in aperto contrasto con i precetti etici e religiosi. Il peccato non è reato dunque, ma questo basta per valutare la credibilità di chi è chiamato, Berlusconi o un altro ha poca importanza, a guidare e determinare i destini di una nazione? 


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