San Raffaele d'eccellenza: scoperto il gene(ratore) del tumore al rene

12 novembre 2015 ore 10:32, intelligo
San Raffaele d'eccellenza: scoperto il gene(ratore) del tumore al rene
C’è un gene nel Dna capace di attaccarlo, renderlo più vulnerabile e aprire la strada al tumore. E’ l’ultima scoperta degli esperti del San Raffaele, una delle punte di diamante della ricerca italiana che da oggi segnano un ulteriore passo in avanti nella difficile lotta al cancro. La scoperta infatti, ha come prospettiva, la possibilità di intervenire direttamente sul gene “instabile”. Sono i ricercatori dell’Unità di Genomica Funzionale del Cancro dell’IRCCS dell’Ospedale San Raffaele ad aver individuato il gene che rende il Dna più esposto a mutazioni che possono portare alle patologie oncologiche, in particolare al rene.  

COME FUNZIONA. Il monitoraggio costante sul trend del tumore al rene ha permesso di individuare il gene JARID1C come il responsabile delle evoluzioni che possono condurre alle patologie tumorali. La caccia al gene “impazzito” è stata resa possibile ancora una volta grazie alle tecnologie più avanzate e tra queste il Cancer Genome Atlas, una sorta di “cervellone”, una enorme banca dati mondiale che custodisce e registra tutti gli elementi scientifici comprovanti le mutazioni genetiche di alcune tipologie di tumori. Incrociando i dati, i ricercatori del San Raffaele si sono accorti che il gene preso in esame produceva mutazioni in una consistente percentuali di pazienti con tumore al rene. Non solo: il Dna nelle cellule malate è risultatp più “libero”, ovvero con una strana quantità di molecole di Rna in circolazione libera. Come se viaggiassero per conto loro, al di fuori dell’autostrada dove sono state collocate. Proprio queste molecole possono intaccare il Dna fino a danneggiarlo e quindi a favorire la degenerazioni fino alla patologia tumorale. E quando accade ciò, il tumore risulta più aggressivo e più resistenze alle terapie mediche previste. 

IL PROSSIMO PASSO. Ora, chiarito e compreso il quadro di riferimento, i ricercatori del San Raffaele hanno già definito il prossimo obiettivo: “giocare” sulla instabilità delle cellule per indurre quelle malate a una sorta di “suicidio” programmato, ovvero una specie di autodistruzione per interrompere la facilità con cui gli elementi che danneggiano il Dna si riproducono. Lo spiega bene Beatrice Rondinelli, prima autrice dello studio quando osserva che con questa metodologia "la cellula che risulta malata muore". In altre parole, interrompendo questa catena, la strada per il tumore si fa più stretta e impervia. 

LuBi



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