Cosa sta succedendo in Siria: piccolo dizionario per orientarsi tra Putin e Obama

12 ottobre 2015, intelligo
di Andrea Marcigliano 
Senior Fellow de “Il Nodo di Gordio” 

Lo scenario 

Cosa sta succedendo in Siria: piccolo dizionario per orientarsi tra Putin e Obama
La Siria riveste, nel complesso contesto medio-orientale un ruolo di grande importanza strategica, che va ben al di là della sua estensione territoriale – relativamente piccola – della sua demografia e delle sue, scarse, risorse naturali. Per la sua posizione rappresenta infatti una sorta di pivot geopolitico del mondo arabo. Posta fra Iraq, Turchia, Giordania, libano ed Israele, rappresenta da sempre un crocevia strategico, il cui controllo garantisce una posizione di privilegio nell’intera regione. Per questo fu, sin dall’antichità, il cuore di vasti imperi, basti pensare a quello ellenistico dei Seleucidi che si estendeva sino all’India;  e sempre per questa ragione divenne il centro anche del Califfato degli Omayyadi nel I secolo dell’era islamica. Inoltre presenta un importante sbocco sul Mediterraneo e, secondo recenti ricerche, il fondale marino al largo delle sue coste potrebbe celare ricchi giacimenti di idrocarburi. 
Proprio per questa sua centralità, per questo suo essere un crocevia, la Siria è particolarmente esposta all’influenza dei paesi limitrofi. Anche perché i suoi confini sono estremamente labili ed aleatori, e in Giordania, Libano, Iraq vivono tribù arabe strettamente imparentate e legate con quelle siriane. 

Complessa è, anche e soprattutto, la conformazione religiosa della Siria. La maggioranza, 64% circa, appartiene alla confessione Sunnita, a Sud è presente una forte comunità di Drusi – una setta islamica di derivazione Sciita con decisi caratteri gnostici – mentre circa 5/6 milioni, ovvero il 20%, sono gli Alawiti, concentrati nella regione costiera, fra i centri di Latakia ed Tartus e nelle pianure fra Hama ed Homs. Il 10% circa della popolazione appartiene a diverse confessioni cristiane. 
Bashar al-Assad e gran parte del gruppo dirigente del regime siriano sono di fede alawita, così come, in genere, la casta militare. Gli Alawiti, una derivazione ereticale degli Sciiti, sono stati a lungo perseguitati dai sunniti, fino a quando non hanno preso il potere attraverso il Partito Baath, il movimento nazionalista pan-arabo, che controlla la Siria sin dal 1966. Di fatto la famiglia Assad domina il paese sin dal colpo di Stato de novembre 1970, quando il padre di Bashar, Hafiz, prese il potere alla testa di un gruppo di giovani ufficiali alawiti.A lungo guardati con sospetto anche dagli sciiti, gli alawiti sono stati, infine, riconosciuti come parte della “famiglia sciita” dal Grande Ayatollah Khomeini, la guida suprema della Rivoluzione Verde iraniana. Da quella “sentenza” discende la stretta alleanza fra Teheran e Damasco. 

Russi, l’Alleanza con la Russia risale agli anni ’60 del secolo scorso, quando il Partito Ba’ath, quando il nuovo regime si avvicinò all’URSS in funzione anti-israeliana. Un’alleanza mai spezzatasi neppure dopo la fine del regime sovietico, e rinforzata, in questi ultimi anni, dalla politica del Presidente russo Vladimir Putin. A Tartus, nel cuore della regione alawita, vi è la più importante base navale russa nel Mediterraneo; a lungo dimenticata dopo la fine dell’URSS, è stata in questi ultimi anni, potenziata ed allargata. 


La Forze in campo 

I° Assad e i suoi alleati 

Assad, dopo quattro anni di guerra civile, continua a controllare solo il 25% del territorio siriano, quello però più popoloso ed urbanizzato. Dove, per altro, hanno trovato rifugio anche oltre 8 milioni di profughi in fuga dalle regioni della Siria controllate dalle forze ribelli. La forza militare del regime si è notevolmente indebolita, ma continua a poter contare da un lato sulle minoranze alawite, druse ed anche cristiane – cui il regime ha sempre garantito, nonostante tutto, sicurezza e libertà di culto – che combattono per la vita o per la morte, ben coscienti che la vittoria dei ribelli, sia di quelli legati all’IS, sia di quelli capeggiati dal Fronte Al-Nusra, filiazione siriana di Al-Qaeda, comporterebbe, per loro, un vero e proprio genocidio. 
Inoltre Assad può contare su circa 25.000 uomini delle milizie degli sciiti libanesi di Hezbollah. Reparti scelti, già provati nei conflitti contro Israele, ed inquadrati ed organizzati dalle Forze Qods, le Forze Speciali iraniane guidate dal generale Qassar Suleymani, probabilmente il nuovo uomo forte di Teheran. 
L’appoggio russo ad Assad si sta realizzando in varie fasi. E’ iniziato con una presenza, via via crescente, di “consiglieri militari: addestratori, intelligence, esperti di tecnologie.  Poi Mosca ha proceduto rafforzando la base di Tartus e la presenza di forze navali ed aeree. Con l’inizio dei raid – diretti tanto contro le milizie dello Stato Islamico, quanto contro quelle del (cosiddetto) Free Syrian Army, sostenuto da Washington e dagli occidentali – e con il lancio di missili dalla flotta, anche da quella dislocata nel Mar Caspio, i russi sono passati all’azione, appoggiando la controffensiva in atto dell’Esercito regolare di Assad, di Hezbollah e, secondo fonti di intelligence, di reparti speciali iraniani. Nei corridoi di Langley (CIA) vi è anche chi sostiene un  imminente impiego di truppe scelte di Mosca “boots on the ground”. 

II° Ribelli 

La forza più imponente è, ovviamente, rappresentata dall’IS, ISIS, ISIL, il Califfato o, più esattamente, Daesh. Molte migliaia di combattenti – fra cui diverse dei famigerati “foreign fighters”, i volontari stranieri del jihad – inquadrati in brigate ben organizzate ed ancor meglio armate. Controllano un vasto territorio interno, con capitale provvisoria Raqqa, e puntano all’offensiva in due direzioni: contro i Curdi a Nord Est, dove, a Kobane, si è combattuta la battaglia più sanguinosa, e poi verso Damasco, obiettivo simbolico, prima ancora che politico, che vogliono strappare ad Assad. Ufficialmente hanno tutti contro, da Assad ai Russi, dalla coalizione di Washington alla Turchia. In realtà, però, le loro fila continuano ad ingrossarsi e le armi ad affluire copiose. Dietro a tutto questo il finanziamento di banche ed Ong salafite e molte, troppe connivenze nei Paesi Arabi del Golfo, in particolare in Qatar. 
I, cosiddetti, ribelli democratici, raggruppati nel Free Syrian Army, organizzato e finanziato con un’operazione coperta della CIA. In realtà un colossale fallimento, visto che controllano porzioni di territorio siriano poco abitate ed ancor meno strategiche sia sotto il profilo economico che sotto quello militare. Le forze che schierano sono irrisorie: circa 2000 uomini, di cui appena 500 impegnati contro l’S, il resto contro Assad. Non sono ancora stati schiacciati solo per l’appoggio aereo statunitense e francese – più di recente anche quello turco – che colpisce sia le basi dell’IS, sia quelle di Assad. Ben foraggiati di armamenti, vedono, però, spesso interi reparti disertare e passare, come si suol dire “armi e bagagli” dalla parte del Califfo. Negli ultimi giorni, però, sembra che la Cia abbia rinunciato ad armare ed addestrare questa fazione. Spesa, di tempo e dollari, ormai ritenuta inutile. 
 
Jabat Al-Nusra e Ahar al-Sham, ovvero i jihadisti salafiti non schierati con l’IS, e collegati ad Al-Qaeda. Sono forti dell’appoggio della monarchia saudita e del Qatar, nonché dell’internazionale dei Fratelli Musulmani. Controllano alcune aree a macchia di leopardo e tendono sempre più ad egemonizzare il Fronte deui ribelli contro Assad non schierati con lo Stato Islamico. Per l’intelligence israeliana una minaccia speculare a quella del Califfato, visto anche gli stretti legami con i palestinesi di Hamas. I raid americani, francesi e turchi non sembrano mai diretti verso le zone da loro controllate. 

I peshmerga curdi. 

Che, indubbiamente, hanno ad oggi retto più di tutti il fronte contro l’ avanzata dell’IS. A Kobane e nella regione limitrofa del Nord della Siria sono raggruppati nell’YPG, l’unità di protezione del popolo curdo, e possono contare su diverse migliaia di combattenti, sino a ieri, però, dotati di armi vecchie. Hanno potuto reggere contro i jihadisti solo in forza dell’appoggio aereo della coalizione a guida statunitense. Oggi, però, si trovano affrontare un ulteriore, e forse più grave problema. L’YPG siriano è storicamente legato al PKK, il Partito Comunista curdo che opera nelle regioni limitrofe della Turchia. E il PKK, da giugno scorso, ha rotto il patto di pacificazione con Ankara. Una nuova leadership di chiara formazione marxista-leninista, giubilato il vecchio Ocalan – che tale patto aveva siglato con il presidente turco Erdogan – ha scatenato una sanguinosa offensiva terroristica in Turchia. Così, quando Ankara ha rotto gli indugi ed ha deciso di intervenire direttamente in Turchia, i raid della sua aviazione hanno cominciato a colpire tanto le basi dello Stato Islamico, quanto i “santuari” della guerriglia del PKK curdo e del suo gemello siriano YPG. Non così in Iraq, dove il leader dei curdi locali, Barzani è da sempre distante dal PKK – questioni ideologiche, certo, ma ancor più antiche faide tribali – ed intrattiene buoni rapporti con la Turchia, per tramite della quale commercializza il prodotto petrolifero del suo territorio. 
I tecnici la chiamano “guerra asimmetrica”. Un modo moderno per definire l’antica “guerra di tutti contro tutti” di biblica memoria. 
 

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