Brexit e sterlina debole, ma la Gran Bretagna non sarà più povera

12 ottobre 2016 ore 12:02, Luca Lippi
Ritorna in primo piano la questione delle ripercussioni della Brexit, e c’è anche la rincorsa fra i sostenitori del Brexit e degli oppositori nonostante il referendum sia lontano e le decisioni sono già state prese, come si dice in questi casi ‘pedalare’!
Vediamo la situazione del cambio sul Forex
Il cambio tra la sterlina e il dollaro è sceso ieri ben al di sotto di 1,23, registrando un calo di oltre il 18% dal giorno del referendum sulla Brexit. 
In questo caso i detrattori valuterebbero questa situazione come preoccupante per il mercato, in realtà il mercato si preoccupa solamente dei termini della negoziazione per l’uscita, ma sappiamo già per certo che la situazione è sotto controllo. La May ha già negoziato di lasciare invariate le regole comunitarie per tutto il 2017 ma non si sottrae a una velocizzazione dell'uscita totale che, se anche dovesse avvenire prima della fine del prossimo anno, non farebbe tornare indietro sulle decisioni di mantenere lo status quo fino alla fine del 2017.
Questo si chiama ‘accordo’, e se c’è un ‘accordo è evidente che l’uscita è guidata con l’interesse di cogliere reciproche opportunità sia per la Gran Bretagna sia per l’Ue.
Il governo May ha fatto presente che non è disposto a rinunciare ai controlli sull’immigrazione all’ingresso nel paese, pur di continuare a godere delle stesse relazioni commerciali attuali, mentre Bruxelles ha fatto presente, così come i leader di Germania e Francia, che non intende cedere sulla libertà di movimento dei lavoratori europei.
E uno studio del Tesoro britannico, svelato dal Times, stima in 66 miliardi di sterline (72-73 miliardi di euro) le perdite potenzialmente accusabili per le entrate statali nel Regno Unito, nel caso in cui la Brexit implicasse anche l’uscita dal mercato comune, che rappresenta il 44% dell’interscambio commerciale tra l’economia di Sua Maestà e il resto del mondo. 
In sostanza sono parole, un ‘accordo’ c’è e quindi sono solo questioni ideologiche.

Brexit e sterlina debole, ma la Gran Bretagna non sarà più povera

Vediamo ora la situazione delle imprese britanniche
Sempre ideologicamente si dice che le imprese britanniche sono piuttosto allarmate, in concreto è l’associazione degli industriali britannici (il corrispondente della nostra Confindustria) che in una lettera inviata al governo della May ha chiesto di escludere sin dal principio la possibilità di perdere l’accesso al mercato comune, sintetizzando chiede: “Lasciare la UE senza alcun accordo commerciale preferenziale e mancare gli standard Wto danneggerebbe seriamente l’economia britannica. Il Regno Unito ha votato per uscire dalla UE, ma non anche per subire un declino del tenore di vita. Vogliamo una Brexit che salvaguardi la prosperità futura per chiunque nel paese”. 
La May è chiamata a scegliere tra una “hard Brexit” e una versione “soft”. 
Nel primo caso, Londra otterrebbe nuovamente il totale controllo del proprio territorio, ma perderebbe la possibilità di un accordo commerciale privilegiato con gli attuali partner europei. Nel secondo caso, invece, l’accesso al mercato comune sarebbe salvo, ma verrebbe bene la ragione, per cui molti britannici hanno votato per lasciare la Ue a giugno, ossia il recupero della piena sovranità nazionale.
Nella realtà dei numeri, è vero che i britannici sono più poveri con la svalutazione della sterlina?
Facciamo un esempio per chiarire la situazione. Se un inglese compra casa al netto della variazione dei prezzi immobiliari, costerebbe esattamente ciò che sarebbe costata prima del Brexit o a inizio anno. Quindi, dal punto di vista di un inglese che vive e spende i soldi in Gran Bretagna, la svalutazione della sterlina è del tutto indifferente, trascurando gli effetti derivanti dagli eventuali rincari dei prodotti importati.
Contrariamente, se lo stesso inglese dovesse comprare una casa in un paese della zona euro o in un altro paese verso il quale la sterlina si è svalutata, l'investimento, sempre al netto della variazione dei prezzi immobiliari, sarebbe più oneroso per via della svalutazione patita. 
Tuttavia, per il medesimo ragionamento un abitante dell'eurozona che a inizio anno avesse acquistato un titolo di stato della Gran Bretagna (quindi espresso in Gbp), al netto della variazione di prezzo del titolo, oggi si troverebbe con un capitale diminuito.
Mentre un inglese che avesse investito in un titolo di stato della Germania, della Francia o dell'Italia, oggi avrebbe visto aumentare il suo investimento per via della rivalutazione dell'euro sulla sterlina. Di conseguenza un inglese che avesse comprato l'indice Ftse 100 a inizio anno, oggi avrebbe avuto un profitto.
Questo, per fare emergere che (stavolta) al netto degli aspetti ideologici che in economia fortunatamente non esistono, il concetto di svalutazione/rivalutazione è qualcosa di molto relativo e non può essere valutato senza considerare da quale prospettiva si osserva l'evento.
Detto questo, l'euro, negli ultimi due anni, si è svalutato di circa il 30% nei confronti del dollaro. Da un punto di vista individuale nessuno si è sentito impoverito da questo (forse da altro, ma non dalla svalutazione dell’euro sul dollaro). Piuttosto, la svalutazione dell'euro è stata salutata da tutte le istituzioni finanziarie internazionali (Fmi, Ocse, World Bank) come una manna dal cielo per la nostra economia, tant'è che tutte le previsioni di crescita del nostro paese (e non solo) attribuiscono all'euro debole un contributo rilevante alla crescita economica.
Che poi, gli stessi osservatori che sostengono che gli inglesi si sono impoveriti per via della svalutazione della sterlina, sono gli stessi che plaudono alla svalutazione dell'euro.
Per concludere, è facilmente individuabile da qualunque grafico che la performance della Borsa di Londra espressa in sterline e quella italiana espressa in euro svalutato del 30% sul dollaro, fa emergere una domanda, chi si è impoverito di più, un britannico o un italiano?

autore / Luca Lippi
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