Tobin Tax: Bruxelles riesce a darsi torto da sola. Europa confusa e i Paesi pagano

12 settembre 2013 ore 10:01, Alfonso Francia

Tobin Tax: Bruxelles riesce a darsi torto da sola. Europa confusa e i Paesi pagano
L’Unione Europea vuole la Tobin Tax, ma l’Unione Europea la boccia. È questa la grottesca situazione nella quale si trova Bruxelles, dopo che ieri sera il servizio legale del Consiglio Ue ha dichiarato illegittima la proposta di tassazione sulle transazioni finanziarie avanzata dalla Commissione.

La tassa sulle transazioni finanziarie, che dovrebbe entrare in vigore nel 2014, aveva causato malumori tra i 28 membri dell’Ue fin dall’inizio, tanto che solo undici Paesi (tra i quali Germania, Francia, Italia, Spagna e Austria) si erano detti favorevoli alla sua applicazione. Il fronte del no era ovviamente guidato dal liberista e atlantista Regno Unito, geloso della sua ricca piazza finanziaria londinese.

Il parere diffuso dagli avvocati ha bocciato l’imposta perché violerebbe “il principio di residenza” in base al quale questa può essere applicata solo agli Stati che l’hanno adottata. La Tobin Tax prevede invece che siano gravate anche le transazioni che avvengono al di fuori degli Paesi aderenti, a patto che almeno una delle aziende coinvolte abbia sede in uno di questi undici Stati. Tale principio era stato fortemente contestato dai britannici, che lo giudicava una violazione dell’extraterritorialità e temevano che la city di Londra sarebbe stata pesantemente colpita. In realtà l’entità del tributo è ragionevole: la bozza prevede l’applicazione di un prelievo dello 0,1% sulle azioni e dello 0,01% sugli scambi di derivati. Tanto sarebbe bastato agli Stati aderenti per racimolare un tesoretto di 35 miliardi di euro l’anno, che soprattutto nel caso di Spagna, Italia e Grecia avrebbe fatto comodo. Si sarebbe trattato di una semplice contropartita in cambio degli aiuti elargiti agli istituti di credito durante lo scatenarsi della crisi finanziaria tra il 2007 e il 2009. Ma l’ostruzionismo dei fan del libero mercato è stato implacabile: a spaventarli era anche il timore che venisse riconosciuto il principio secondo il quale la finanza deve cominciare a rispettare delle regole e sottomettersi all’autorità dei governi nazionali. Come al solito ora tutto si complica, e Bruxelles non trova meglio da fare che litigare con se stessa. A sentire la Commissione, quello degli esperti «è uno dei tanti pareri espressi e di certo non implica alcun necessario rallentamento dei lavori». La portavoce dell’organo esecutivo Ue Emeron Troaynor ha spiegato che «la proposta di tassazione poggia su solide basi legali», assicurando che i lavori procederanno come previsto. Ma è più probabile che a questo punto ci si limiti ad applicare una versione minimale della tassa, limitandone gli effetti alle sole transazioni che avvengono negli undici Stati aderenti. Sarebbe una soluzione pessima, perché gli scambi che hanno luogo in questi Paesi rappresentano solo una piccola frazione del traffico che coinvolge gli operatori europei e perché questi non tarderebbe a trasferire tutte le loro attività ndove la gabella non è in vigore. In due parole: la borsa di Francoforte verrebbe azzerata, a vantaggio di Londra. Ne sa qualcosa l’Italia, che ha deciso di applicare la Tobin Tax senza aspettare i partner europei, e ha visto i trader nostrani spostarsi in massa all’estero, soprattutto a Malta. Il magro gettito che si otterrà – secondo le ultime stime intorno ai 200 milioni di euro - non basterà mai a bilanciare l’ennesima fuga di capitali. Basti un dato per tutti: secondo Reuters da quando la tassa è stata introdotta la media dei volumi giornalieri sulle azioni domiciliate in Italia è scesa a 2,8 miliardi di euro contro i 4,55 dei primi due mesi del 2013. Purtroppo un strumento del genere funziona solo se tutti gli Stati lo applicano, altrimenti si finisce col fare un favore a chi l’ha rifiutato. Ecco perché pure Berlino comincia a parlare di un rinvio al 2016.
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