Si scrive Hillary Clinton, si legge Soros

12 settembre 2016 ore 11:12, intelligo
di Alessandro Corneli

Mancano le carte. Donald Trump non mostra la sua dichiarazione dei redditi. Hillary Clinton non mostra la sua cartella clinica. Si oscura la trasparenza della democrazia americana, goffamente raddrizzata dalla polemica sulle pretese interferenze di Vladimir Putin, presentato come “grande elettore” del prossimo presidente, se sarà Trump, addirittura in grado di manipolare la lettura elettronica delle schede elettorali. In realtà Putin fa paura per la sua abilità diplomatica: ha fatto avvicinare alla Russia un nemico storico come la Turchia, sta collaborando con l’Arabia Saudita sulla produzione e sul prezzo del greggio senza sacrificare le aspettative dell’Iran, addirittura punta a mediare tra Israele e i Palestinesi trascurati da Obama. Senza parlare delle simpatie che sta suscitando nell’Europa occidentale: la Germania non protesta troppo per le sanzioni contro Mosca solo perché ha, comunque, un enorme eccedente commerciale. 
Dobbiamo attendere i confronti diretti in tv tra Clinton e Trump per capire da quale parte propenderà la maggioranza degli elettori americani. L’appuntamento è stressante e lo stress potrebbe penalizzare più la candidata democratica del suo disinvolto avversario repubblicano che, prudentemente, comincia a darsi qualche “tocco” presidenziale. 

Si scrive Hillary Clinton, si legge Soros
Questo perché, anche se fortemente ostacolate – privacy contro trasparenza! -, circolano sempre più inquietanti indiscrezioni sullo stato di salute di Hillary Clinton che, partono, sicuramente, da ambienti a lei molto vicini. Per non parlare del malore a Ground Zero che complica la questione. Con troppa facilità e frequenza dà segni di grave affaticamento, non è reattiva, spesso sembra confusa, ha problemi alla vista e forse all’udito. E non è ancora sottoposta allo stress reale della quotidianità presidenziale. Tutto risale alle conseguenze della caduta del 2012 che rafforzano il rischio di sviluppare una sindrome da post-commozione. 
Da qui nasce una speculazione politica molto semplice: il Partito democratico cerca in tutti i modi di tenere bassi i toni sulla questione della salute della Clinton per non mettere in pericolo la sua elezione. Poi, se non dovesse resistere allo stress da Casa Bianca, si dimetterebbe e, automaticamente, alla carica si presidente gli succederebbe Tim Kaine, grande amico di Alexander Soros, figlio del finanziere ungherese, grande sponsor di Hillary ma, soprattutto, ispiratore della politica internazionale euro-americana imperniata su quel potere finanziario che una parte crescente dell’opinione pubblica americana rigetta e di cui Trump si fa interprete. 
Tutto sommato, corrisponderebbe molto più alla tradizione americana l’elezione di un presidente con l’appoggio della grande finanza che non con il sostegno del leader di una grande potenza antagonista. Ma gli scambi di complimenti tra Putin e Trump, così plateali e apparentemente controproducenti, in realtà fanno capire che negli Stati Uniti si sono forze profonde, anch’esse di natura economica e non ideologica, che puntano su una strategia alternativa, quasi kissingeriana, di rilancio delle grandi intese tra le due superpotenze per chiudere le pericolose crisi aperte l’11 settembre che né gli otto anni di Bush Jr né gli otto anni di Obama  hanno saputo affrontare.


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