Massacro cristiani e Giubileo: il Papa, la Misericordia e quella strumentalizzazione buonista

13 aprile 2015, Americo Mascarucci
Massacro cristiani e Giubileo: il Papa, la Misericordia e quella strumentalizzazione buonista
Misericordia, misericordia e ancora misericordia! Questa la parola usata di continuo, si potrebbe dire ‘abusata’ dal Santo Padre nell’indizione del Giubileo straordinario che avrà inizio l’8 dicembre prossimo in concomitanza con il cinquantennale della conclusione del Concilio vaticano II. 

Un anno santo che sarà dedicato interamente alla misericordia per far riscoprire al mondo la figura del Dio, padre misericordioso, pronto a perdonare tutti i suoi figli, nessuno escluso. Un Giubileo che viene convocato in un momento davvero tragico per le sorti del mondo e della cristianità in particolare, con i cristiani perseguitati in mezzo mondo, martirizzati con le modalità più atroci, costretti a subire il prezzo della loro fede. 

Secondo molti osservatori, fra cui i cattolici più tradizionalisti che poco amano certe posizioni di Papa Francesco, non è certamente questo per la Chiesa il momento di tendere la mano al mondo e promuovere una sorta di “perdono generalizzato” per tutti, a cominciare dalle persone considerate più lontane da Dio. Francesco guarda proprio a queste, ai criminali più incalliti, ai corrotti, a quanti vivono al di fuori di ogni regola di ordine etico e morale, affinché riscoprano l’idea del padre buono che non si stanca mai di perdonare i figli erranti, rimettendo le loro colpe. A patto ovviamente che esista una concreta volontà di pentimento e di riscatto. 

Tuttavia, tornando al punto di partenza, si può parlare di perdono nel momento in cui i cristiani sono continuamente sotto attacco, massacrati dai fondamentalisti islamici con modalità indegne persino del peggiore medioevo? Perdonare chi, che cosa? 

Il cristianesimo è una religione di pace, ma premesso ciò nel momento in cui è in atto un autentico genocidio contro i cristiani in diverse parti del mondo davvero si può dare conforto a quanti soffrono a causa della loro fede, sollecitando la misericordia, il perdono o invitando i perseguitati a pregare per i persecutori, magari mentre gli stanno dando fuoco? 

E’ facile rispondere che questo è ciò che ha fatto Gesù sulla croce ma se è vero che la forza della Chiesa sta proprio nella croce e in quella che apparentemente potrebbe sembrare una debolezza, è altrettanto vero che non si possono lasciare soli i cristiani perseguitati, facendo quasi credere loro che morire bruciati vivi o crocefissi sia un qualcosa di straordinariamente sublime. Francesco ci ricorda che l’essere umano non può pretendere sempre e solo la giustizia, ma deve saper andare anche oltre, cioè deve saper perdonare, perché questo incredibilmente è il passo spesso più difficile da compiere. 

In altre epoche quando la Chiesa è stata in difficoltà non è rimasta inerme a guardare ma si è difesa, senza escludere alcuna opzione, nemmeno l’intervento armato (vedi l’assedio di Vienna sventato grazie agli eserciti cristiani con la benedizione di papa Innocenzo XI e l’assistenza spirituale del cappuccino Marco d’Aviano). 

Nessuno intende promuovere “pulsioni da crociata” termine che troppo spesso viene utilizzato a sproposito da chi la storia è abituato a raccontarla sempre e soltanto a senso unico, però una legittima difesa non soltanto è opportuna ma in certi casi anche doverosa. 

Non serve certamente un Papa “guerriero”, un redivivo Giulio II pronto a marciare lancia in resta a capo degli eserciti pontifici, ma un pontefice che sappia risvegliare le coscienze internazionali e far comprendere l’urgenza di non lasciare soli i cristiani in balia dei fondamentalisti islamici animati dall’odio e da una chiara volontà epuratrice. 

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano la forza della denuncia e il coraggio della sfida, sapevano parlare di misericordia quando era il momento di farlo, ma con altrettanta determinazione sapevano anche alzare la voce quando ad essere minacciati erano i diritti dei cristiani nel mondo. 

Lo hanno fatto, anche a costo di andare controcorrente e di apparire politicamente scorretti. Dove stanno le grandi potenze? Come mai nessuno denuncia il genocidio dei cristiani in Medio Oriente? Perché tace l’America? Perché tace l’Europa? Dove sta l’Onu? Dove stanno i tribunali internazionali per i diritti dell’uomo? Stanno forse scrivendo l’ennesima risoluzione contro la Chiesa accusandola di non fare nulla per fermare i preti pedofili? 

Oppure dopo aver abusato del termine genocidio per anni, usandolo in maniera spropositata ad esempio in occasione della guerra dei Balcani, anche qui sempre e solo a senso unico (cioè contro i serbi) adesso questi eminenti giudici internazionali, non riescono più ad identificare i genocidi che hanno quotidianamente sotto gli occhi? 

Oppure questo termine può valere per ebrei, musulmani, buddisti, testimoni di Geova, rom, sinti, tranne che per i cristiani? Ecco perché pur non auspicando le pulsioni da crociata, in tanti non riescono proprio ad uniformarsi al clima buonista che si respira con l’indizione di questo anno santo straordinario quasi alle porte. 

Un buonismo che con tutte le più nobili ragioni del mondo non sembra proprio la ricetta migliore per affrontare un presente a tinte fosche, un presente che sembra tanto prefigurare quel terzo segreto di Fatima, tenuto segreto per anni e oggi di una sconcertante attualità con quelle immagini di città distrutte e cadaveri.

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