Genocidio Armenia, Grana: “Sul genocidio Francesco come Wojtyla. Ma è un tabù come le foibe”

13 aprile 2015, Andrea Barcariol
Francesco Grana, vaticanista de Il Fatto, raggiunto da IntelligoNews, commenta le frasi di ieri del Papa che hanno creato il caso diplomatico tra la Città del Vaticano e la Turchia, pronta a richiamare l'ambasciatore presso la Santa Sede.

Le parole del Papa sul genocidio degli armeni hanno avuto una grande risonanza. Qual è il suo giudizio?

«La posizione della Santa Sede è la stessa di 14 anni fa di Giovanna Paolo II. Non è cambiato nulla, Papa Francesco ha aggiunto solo che dopo questo genocidio, il primo del XX secolo, ce ne sono stati altri due, ad opera del nazismo e dello stalinismo, aggiungendo il quarto genocidio, quello della persecuzione dei cristiani nel XXI secolo, un tema
Genocidio Armenia, Grana: “Sul genocidio Francesco come Wojtyla. Ma è un tabù come le foibe”
abbastanza ricorrente su cui il Papa si sta battendo molto».


Quindi è stato dato un eccessivo risalto mediatico?


«Non direi perché comunque è la prima volta che Francesco parla di genocidio, quindi è una notizia molto importante. La posizione della Santa Sede però non è cambiata, è rimasta sempre la stessa».

Anche Papa Giovanni Paolo II fu criticato per affermazioni analoghe.

«Certamente, sappiamo che in Turchia è un reato parlare di genocidio degli armeni. Quando si va a toccare una storia non condivisa, non accettata, si creano polemiche aspre. La reazione di Erdogan era abbastanza prevedibile».

Si può dire che nella storia ci sono morti di serie a e morti di serie b?


«Tutti i morti dovrebbero essere di serie a, tutti i morti della guerra vanno rispettati e hanno lo stesso valore, il Papa ha sottolineato che trattandosi di genocidio in questo caso si parla di sterminio di un’intera popolazione, dell’annientamento della cultura e dell’identità di un popolo».


Comunque è una pagina di storia di cui si parla molto poco. Esistono falsificatori della storia al servizio delle ideologie?

«E’ un argomento tabù, forse anche in Italia, come lo è parlare di guerra civile in riferimento a quello che è successo durante la seconda guerra mondiale, o come lo sono le foibe, di cui si sta iniziando a parlare adesso. Ci sono argomenti delicati, c’è stato in Italia ad esempio il revisionismo di Pansa, e prima di lui di De Felice, che sono stati attaccati. Possiamo trasporre benissimo la questione alla Turchia dove la ferita di ciò che accadde nel 1915 è ancora viva, anche perché ci sono parenti di persone che hanno vissuto questa vicenda. Non si ha ancora il distacco che consenta di analizzare i fatti con lucidità».

Qualcuno sostiene che ciò che fa l’Isis oggi sia figlio della stessa cultura che ha portato a quel genocidio. Come giudica questo paragone?

«Mi sembra eccessivo, i tempi storici sono completamente diversi, poi in questo caso parliamo di terrorismo. L’Isis è un fenomeno tutto in divenire di cui non abbiamo ancora percezione. Adesso stanno venendo fuori i mea culpa sulla guerra americana in Iraq perché sono emersi elementi nuovi, sono situazioni che vanno valutate a distanza di anni».

Renzi non ha ricevuto il presidente armeno e non ha speso una parola su questa vicenda. Il Premier ha anteposto gli interessi commerciali con la Turchia?

«Bergoglio è molto più importante di Renzi, è un leader mondiale- globale, a settembre parlerà al Congresso americano, sarà il primo Papa a farlo. Davanti alla voce del Papa quella di Renzi perde completamente volume».

Su questo non c’è dubbio, ma secondo lei Renzi di non ha voluto dare fastidio alla Turchia per motivi economici?

«Avrà avuto le sue motivazioni politiche. Questa messa del Papa era stata organizzata da mesi, era facile intuire che la posizione della Santa Sede sarebbe stata di grande favore per questo popolo e per la sua storia. Il governo italiano può astenersi tranquillamente dal prendere la stessa posizione, sono due governi diversi, due modi di pensare diversi».

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