“Niente gay, siamo comunisti”: no ai matrimoni omosessuali in Cina

13 aprile 2016 ore 18:50, Adriano Scianca
La Cina non è un Paese per gay. Una coppia di omosessuali cinesi si è infatti vista bocciare dopo quattro mesi la richiesta per vedere riconosciuta la loro unione come matrimonio. Sun Wenlin, 27 anni, dalla provincia di Hunan, e il compagno Hu Mingliang, 37 anni, avevano fatto causa alle autorità cittadine di Changsha che avevano respinto la loro richiesta. A gennaio un tribunale distrettuale aveva accettato di prendere in considerazione il loro caso, per la prima volta in Cina. 

Ma oggi la sentenza è stata definitiva, la loro unione non può essere riconosciuta come “matrimonio”. Una delle ultime dittature comuniste del mondo resta quindi sorda alle battaglie prioritarie della sinistra globale. Ma anche a Pechino il clima sta comunque cambiando: i rapporti omosessuali sono stati depenalizzati in Cina nel 1997 e quattro anni più tardi, nel 2001, l'omosessualità e la bisessualità sono state eliminate dalla lista delle malattie mentali dai medici cinesi. La causa dei matrimoni gay è portata avanti dagli “avvocati arcobaleno”, un team di 60 legali riuniti in un'apposita associazione nel 2014. Sun e Hu tuttavia non si danno per vinti, proporranno appello al verdetto e continueranno la battaglia per veder riconosciuto il loro diritto al matrimonio. 

L’avvocato della coppia, Shi Funong, uscito dal tribunale ha dichiarato: “Anche se non abbiamo vinto oggi, vinceremo in futuro”. Lunedì scorso un ventottenne transgender ha fatto causa all’azienda per cui lavorava perché l’aveva licenziato per l’abbigliamento non appropriato. L’uomo ha chiesto un risarcimento di poco più di 270 euro e una lettera di scuse ufficiali da parte dell’azienda. La sentenza è attesa per le prossime settimane. 
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