Rosaria Capacchione: «Io in trincea contro i casalesi. Ferirli si può, oltre la via giudiziaria»

13 febbraio 2013 ore 12:55, Alessandra Mori
Rosaria Capacchione: «Io in trincea contro i casalesi. Ferirli si può, oltre la via giudiziaria»
Lo stile asciutto, il piglio dell’inchiestista di razza. Rosaria Capacchione è diretta a Caserta per il tour elettorale. La giornalista del “Mattino” sotto scorta per aver raccontato la camorra e i casalesi rilascia poche interviste, non ama parlare di sé.  Risponde in esclusiva a "IntelligoNews".  Trentatré anni da cronista della sua Campania. Dura: «Non entro nei discorsi della politica politicata, non è il mestiere mio, ho accettato l’offerta di Bersani, la mia è una candidatura di servizio». Rosaria la “scorsa” se l’è fatta sul campo, nero su bianco la storia verità del clan camorristico oggi ormai noto. Insulti, minacce, ha perso il conto. «Adesso sono indifferente, una volta ero spaventata, ma stiamo parlando di tanti anni fa, quand’è cominciato». Va avanti, scrive, forte delle sue idee. La sua storia parla da sé. Saviano lo sente sempre, «tra amici le parole non servono». Ora è in corsa con il Pd, capolista al Senato in Campania, chiamata da Bersani. Come farà senza il giornalismo? «Mi dispiace già adesso, scriverò lo stesso». Rosaria, ferire la criminalità organizzata si può davvero? «Il contrasto giudiziario non basta. È la parte terminale di un fenomeno. La magistratura, le forze dell’ordine arrivano dopo che è stato commesso un reato, non prima. Se non agisci sul lavoro, sulla scuola, con tutti i corpi intermedi dello Stato, distruggi un clan e ne nasce un altro, arresti un killer e ce ne sono altri dodici pronti». Come si fa a ricostruire il tessuto sociale? «Ieri sono stata a Scampia a vedere una scuola. Beh, credo che potrebbero invidiarcela nelle parti più civili d’Europa e d’Italia. Attrezzata bene, strutturata al meglio, lezioni in videoconferenza per gli studenti impossibilitati a frequentare. Tenuta benissimo, aperta il più possibile. Investire su scuole così, in quartieri difficili, si può. E funziona. Se non si crea una politica del lavoro senza clientele non andiamo da nessuna parte». La prima cosa che farebbe per Scampia se fosse eletta. «Lascerei la scuola aperte tutto il giorno, lì c’è tutto, ma questo dovrebbe valere per tutti gli Istituti, specie nei paesi più piccoli». Come si fa a bloccare il flusso di droga che arriva lì? «Il problema del flusso di droga a Scampia non è differente da quello che sbarca a New York, a Monaco o a Parigi e non lo può risolvere l’Italia, ma sta alle politiche internazionali di contrasto al traffico della droga».  Il governo Berlusconi, con Maroni ministro, sostiene di aver colpito duramente le mafie. «Si sono limitati ad arrestare un killer, ma quella è solo una parte che diventa addirittura sterile e controproducente se fine a se stessa. Io ricordo che quando fu arrestato Setola, in pieno periodo delle stragi, Maroni venne a Caserta e in conferenza stampa disse che aveva sconfitto il clan dei Casalesi, ancora latitanti. Ci fu un brusio e si rese conto di aver detto una sciocchezza. La cosa finì lì. Però quella è la percezione che aveva questo governo del problema sicurezza. Repressione militare, non del fenomeno». Che fare per contrastare i Casalesi?  «Intervenire a livello normativo. Il clan dei Casalesi è stato quello che nell’Italia meridionale ha inventato il rapporto Stato-mafia e l’ha strutturato negli appalti, con le infiltrazioni nelle amministrazioni comunali, ma non esiste una sanzione effettiva per questo tipo di comportamento. Rimane il problema del reato del voto di scambio».  Adesso il clan dei Casalesi è stato ferito, ma come si muovono, qual è la loro logica?  «Si muovono dove ci sono soldi e dove c’è da farne. Cambia l’oggetto dell’affare ma non la mentalità». Sono ancora a Casal di Principe i casalesi? «Saranno almeno vent’anni che lo scrivo. Sono anche a Casal di Principe, ma quella è la parte marginale del fenomeno». E dove stanno?  «Iovine per anni e anni ha gestito alcuni locali a Roma. E, nonostante si sapesse benissimo che ritrovi della movida come il Gilda fossero gestiti dalla camorra, erano ugualmente ben frequentati». Voto di scambio, raccomandazione, familismo amorale. Retaggi del sud, è questa l’Italia?  «L’Italia cresciuta negli ultimi vent’anni è tutta così». “Cari presentabili dite qualcosa”, ha scritto Paolo Flores D’Arcais. Se sarà necessario, avrà il coraggio di dire o me o loro? «Sono arrivata dove sono arrivata senza chiedere la raccomandazione a nessuno. Costa più fatica ma ci arriva lo stesso. E c’è una massa di persone che non s’è piegata ai ricatti. Il problema è come gestisci i centri di lavoro. Da sola, certo, è impossibile cambiare una mentalità dura e ostinata. Se Bersani vincerà, il governo futuro offrirà una serie di strumenti per farlo».  E a Bersani dirà dei no?  «Se ci fosse un arretramento su legalità e lavoro direi il mio no». L’ultima minaccia è stata quando ha presentato il suo libro? «Questi sono gli episodi noti, in presenza di testimoni, che poi li riferiscono. Io non ho abitudine di dare pubblicità alle mie cose». Non è pubblicità ma una testimonianza.  «Non è stata l’ultima». In campagna elettorale è accaduto? «Non creda che gli attacchi arrivati dal Pdl siano ascrivibili a normale contrasto politico». Di cosa parla in particolare? «Quello che è successo, polemiche, storie, chissà da dove vengono e perché vengono fatte».  E quell’intercettazione sul mitra che la riguarda?  «Non esiste quell’intercettazione, nessuno si è preso la briga di andare a verificare chi è la fonte».  Chi è la fonte?  «È un giornale che per sua stessa ammissione fa il diffamatore di professione. Il direttore ha candidamente ammesso che non ha i soldi per pagare gli stipendi perché ci paga il risarcimenti danni alle persone offese». Saviano lo sente e da quando? «Da quando era un giovane giornalista alle prime armi».  Cosa ha commentato sulla candidatura? «E cosa doveva dirmi? Non si parla di questo, gli amici non si giudicano, si è in linea e basta, non c’è bisogno di tante parole».  Liste Pdl, dopo l’esclusione di Cosentino, c’è stato un primo repulisti?  «Ma c’è Verdini, c’è Cesaro in lista». Perché l’esclusione di Cosentino? «Penso che sia stata una questione di maggioranze loro interne».  Le intercettazioni su Cesaro? «Si sapevano già. Non quella specifica di Cutolo, un vero scoop, ma che ci fosse un’indagine su Cesaro per il 416 bis, l’avevo scritto dodici volte. La posizione di Cesaro nel processo Cosentino era stata stralciata e non archiviata. Significa che tu indagato eri e indagato rimani». Secondo alcuni rumors la nuova fidanzata del Cavaliere sarebbe sparita per essere protetta dalla vendetta di Cosentino. Plausibile?  «Problemi loro, non mi ci applico. Altrimenti dovrei spiegare cosa penso del fidanzamento di Berlusconi con la Pascale. Non lo so il perché la signora è sparita, ma non so manco se c’era prima». Giorgia Meloni dice di essersi vergognata del suo partito. «Molto ipocrita. Mettiamo che Bersani si impazzisce e fa le stesse cose di Berlusconi. Si deve impazzire proprio, un caso gravissimo di Alzheimer, beh, se io mi vergogno me ne vado, senza aspettare di cambiare partito per dirlo». Perché ha detto sì proprio a Bersani, Ingroia non le piaceva?  «A parte che non me lo ha proposto, ma non avrei accettato perché non credo che il mondo inizi e finisca nella repressione giudiziaria».
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