Pensioni 2016, part time e buste arancioni: cosa cambia nell'era Boeri

13 gennaio 2016 ore 10:49, Luca Lippi
L’impianto della proposta per la riforma delle pensioni all’esame del parlamento rimane sostanzialmente nella forma e nei termini già descritti qui, le ultime novità si riferiscono ai lavoratori a meno di tre anni dalla pensione. La legge di stabilità varata dal Governo presieduto dal Primo Ministro Matteo Renzi, ha introdotto diverse novità anche in tema di pensionamento. Nello specifico nel comma 285 si fa riferimento alla nuova possibilità di part-time per lavoratori a cui mancano meno di tre anni per raggiungere i criteri per accedere al sistema pensionistico ed ossia per lavoratori che maturano tali requisiti entro il 31 dicembre 2018. Tale categoria di lavoratori, in accordo con il proprio datore di lavoro, potranno ridurre l’orario di lavoro da un minimo del 40% fino ad un massimo del 60% prendendo a fine mese in busta paga un importo aggiuntivo corrispondente alla contribuzione previdenziale relativa alla prestazione lavorativa non effettuata. Questo è quanto concerne la normativa in esame e che interessa direttamente gli individui attivi lavorativamente. La questione di forma purtroppo sta spostandosi nuovamente sulla questione delle “buste arancioni” però. 

Pensioni 2016, part time e buste arancioni: cosa cambia nell'era Boeri
In sostanza accade che Boeri si è scagliato con forza contro il “no” del Parlamento in sede di esame della legge di Stabilità 2016 allo spostamento di risorse dal bilancio dell'Inps che avrebbe consentito affrontare le spese per poter inviare a tutti i lavoratori le cosiddette buste arancioni per poter fare in maniera trasparente il calcolo della pensione. Tempo fa Boeri dichiarò di essere pronto all’invio di altre buste gialle, circa 150mila, per comunicare la simulazione del calcolo della pensione futura. Le buste gialle sono uno strumento di trasparenza irrinunciabile (secondo Tito Boeri) attraverso il quale i lavoratori possono “dosare” l’impegno lavorativo e valutare forme alternative di impegno. Il fatto che non si dia il via libera allo stanziamento di risorse per l’invio postale delle buste arancioni, privando milioni di lavoratori del diritto di trasparenza riguardo il loro trattamento pensionistico futuro è un grave atteggiamento di costrizione alla comprensione della riforma nei confronti dei lavoratori. L’opposizione dal canto suo interpreta l’irrigidimento di Boeri come un fare intimidatorio e ricattatorio nei confronti del Parlamento giacché Boeri lamenta il rifiuto come una risposta malcelata di “fastidio” per avere ipotizzato il taglio delle pensioni d’oro.
Nei fatti, c’è anche da dire che nella busta arancione ci sarebbe “solo una simulazione” e resta un importo orientativo visto che il calcolo della pensione si basa su elementi variabili nel tempo come il livello delle retribuzioni future, le prospettive di carriera e gli anni di versamenti di contributi. Il contenuto della lettera quindi si limita ad una previsione sulla base dei dati disponibili e aggiornati sulla data del pensionamento, l’ultima retribuzione e il cosiddetto tasso di sostituzione, ovvero il rapporto tra l'ultimo reddito da lavoro nell’anno e il primo assegno Inps. Ma il nodo del “francobollo” non si risolverebbe comunque pur ipotizzando che tutti faranno la simulazione on line senza ricorrere alla busta arancione, poiché il Pin per accedere alla posizione personale nel sito dell’Inps è farraginosa e richiederebbe un impegno degli sportelli al pubblico che sarebbe assai più costosa del francobollo necessario per inviare d’iniziativa unilaterale dell’Inps della simulazione.
Ma in conclusione, il calcolo della pensione trasmesso attraverso le famose buste arancioni è attendibile oppure no? È una simulazione ovviamente piuttosto inattendibile giacché con la riforma previdenziale del 2011 il montante accumulato non è più legato a un dato certo come quello della media delle ultime retribuzioni, ma alla quantità di contributi versati e all'andamento variabile dell'economia e del Pil. Contestualmente l’Inps mette le mani avanti precisando che il simulatore per il calcolo pensioni è basato sui fattori eterogenei alcuni dei quali variabili e su elementi fissi. Tuttavia il dato che non può essere modificato è la rivalutazione del montante contributivo fissata all'1,5% l'anno in linea con le previsioni ufficiali delle progressioni medie ogni cinque anni del Pil. In soldoni, i contributi si rivalutano annualmente sulla base al prodotto interno lordo dell'Italia nei cinque anni precedenti. Ma l’1,5% è attendibile? Se paragonata all’andamento effettivo del Pil italiano negli ultimi anni (-0,19%) staremo per dire che la risposta è “no”. Itinerari Finanziari scrive: "secondo i dati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato, le future pensioni in rapporto all’ultima retribuzione, cioè i tassi di sostituzione, paiono più che buoni: si va dal 73 al 79% per i dipendenti e dal 64 al 71% per i lavoratori autonomi. E’ un dato certamente confortante e comunque tra i più elevati tra i Paesi industrializzati. Tuttavia queste proiezioni considerano uno sviluppo del Pil reale dell’1,57%, un’inflazione del 2% e una crescita delle retribuzioni individuali reali dell’1,51%". Il rapporto di Itinerari Previdenziali spiega che “nel periodo dal 2008, anno d’inizio della grande crisi economica alla fine del 2014 avremmo dovuto avere, sulla base della legge Dini che prevede un Pil reale di periodo pari all’1,5%, una crescita del Pil reale pari al 1,984%, e ancor più alto sulla base delle ipotesi della Ragioneria generale sopra indicate. Invece la rivalutazione in termini reali dei montanti contributivi è stata addirittura negativa e pari al –4,541%, e quindi la rivalutazione dei contributi versati, è stata pari in realtà al -16%". 

autore / Luca Lippi
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