Marchionne-Renzi, i “guerrafondai pacificatori”

13 giugno 2013 ore 15:22, Lucia Bigozzi
Marchionne-Renzi, i “guerrafondai pacificatori”
Sergio Marchionne sale in cattedra, dispensa critiche a destra e manca, e lancia la frase ad effetto: serve un Piano Marshall per l’Italia. Lo dice all’assemblea di Confindustria Firenze. Con Renzi in sala e sul palco a portare il saluto del sindaco ma pure la ‘ricetta’ del politico.
Alti e bassi tra i due: dal feeling all’outing di Renzi deluso dal piano Italia dell’ad di Fiat. Poi il botta e risposta al vetriolo quando il manager italo-canadese definì l’inquilino di Palazzo Vecchio “la brutta copia di Obama” e Firenze “una città piccola e povera”. Seguirono le correzioni di Marchionne ma la frittata era stata fatta e Renzi non gliel’ha mai perdonata. Oggi si incontrano di nuovo e il caso (o forse no) li ha voluti uno seduto accanto all’altro. Flash di rito e facce sorridenti: chissà se tra i due sarà ancora coupe de fudre. C’è chi tra Firenze e Roma non lo esclude, soprattutto adesso che il rottamatore è posizionato sulla rampa di lancio per Palazzo Chigi nel post-governissimo. Marchionne gli industriali fiorentini riserva una ‘lezioncina’ su ciò che manca e ciò che serve. “Ci troviamo oggi con un sistema obsoleto che non è più in grado di assicurare un Paese competitivo”. Scoperta dell’acqua calda, direbbero i comuni mortali. L’ad poi fa il pacificatore nazionale sottolineando che “andare alla ricerca del responsabile non serve a nulla lo siamo tutti. Chi ha governato il Paese è responsabile. Chi è stato chiamato per aiutare a scrivere le politiche di gestione del paese, è responsabile. Chi si è reso complice dell’inerzia, inclusi tutti noi, è responsabile. Ma puntare il dito sull'uno o sull'altro non renderà le cose più facili e, di certo, non servirà a trovare una soluzione”. Dunque Marchionne si prende la sua fetta di responsabilità, ma evidentemente non abbastanza per il manager al timone della più grande azienda italiana che dall’Italia ha avuto molto in tutta la sua storia pluriennale. Forse, qualcosa in più avrebbe potuto dirla o, meglio, farla prima magari dando il buon esempio (vedi posti di lavoro). Dalla deficit di competitività alla spesa pubblica che lievita passando per i benefici dell’adesione all’euro che non sono stati messi a frutto come si doveva. Alla fine dice anche qualcosa su Fiat e francamente era la notizia attesa e richiesta dai giornalisti assiepati attorno a lui. Marchionne sciorina i numeri del progetto Fiat per l’Italia: in tre-quattro anni “porterà al pieno impiego dei lavoratori. La scelta più razionale sarebbe quella di chiudere uno o due stabilimenti in Italia”, pure per fronteggiare “la sovraccapacità produttiva. Abbiamo invece detto e lo ribadisco che non chiuderemo nessuno stabilimento in Italia. Abbiamo sempre gestito la nostra libertà con coscienza”. Appunto: mano sulla coscienza.
autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
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