Pedofilia, tolleranza zero. La sospensione a divinis di un parroco nel ferrarese

13 giugno 2014 ore 10:02, Americo Mascarucci
Pedofilia, tolleranza zero. La sospensione a divinis di un parroco nel ferrarese
Tolleranza zero, è questa la parola d’ordine che sempre più vistosamente vige nella Chiesa di papa Francesco. L’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri
ha sospeso a divinis un parroco della diocesi condannato in primo grado ad un anno e quattro mesi per presunte molestie su minori. La condanna non è definitiva per la giustizia italiana, ma la Chiesa di Bergoglio ha dimostrato di voler perseguire la politica del “pugno di ferro” in ogni vicenda che vede determinati sacerdoti protagonisti di vicende a sfondo sessuale nei confronti di soggetti minorenni. E così Negri, senza attendere i successivi gradi di giudizio che potrebbero ribaltare la sentenza di primo grado, ha comminato al parroco la sospensione e lo ha pure comunicato a tutti i sacerdoti della diocesi affinché ne siano doverosamente informati e condividano con lui la responsabilità di un gesto senza dubbio sofferto ma necessario per il bene della Chiesa. Se è vero che una condanna di primo grado non è sufficiente ad acclarare con assoluta certezza la colpevolezza di un imputato, è però altrettanto vero che non può essere sottovalutata in nome di un sacrosanto diritto, quello della presunzione d’innocenza, che non deve essere spacciato per diritto all’impunità specie di fronte ad ipotesi di reato di particolare gravità. Nel caso di un sacerdote accusato di molestie su minori, la sospensione a divinis diventa dunque un atto quasi obbligato nel momento in cui dei giudici, in seguito ad un regolare processo, hanno stabilito la sussistenza delle gravi accuse mosse nei suoi confronti. Accuse che potrebbero essere rivalutate nei successivi gradi di giudizio, ma che di fatto rendono quel sacerdote poco idoneo a svolgere il proprio ministero pastorale. Bene ha fatto dunque l’arcivescovo Negri a sospenderlo e a darne notizia, rendendo pubblica la lettera inviata a tutti gli altri sacerdoti diocesani informandoli del provvedimento adottato. Dopo che l’Onu si è degnato di riconoscere finalmente i passi in avanti compiuti dalla Chiesa nel contrasto alla pedofilia, è impensabile per un vescovo non tenere conto della condanna di un sacerdote presunto pedofilo incardinato nella sua diocesi. E’ vero che il vescovo non è un inquirente, ma nel momento in cui la magistratura accerta, seppur soltanto nel primo grado di giudizio la sussistenza del reato, il vescovo è obbligato moralmente, prima ancora che giuridicamente, a prendere provvedimenti di natura cautelativa. L’arcivescovo Negri in questo caso ha agito in maniera impeccabile informando sin dall’inizio la Congregazione della Dottrina della Fede delle gravi accuse mosse al parroco, tenendo costantemente aggiornato l’organismo ecclesiastico sugli sviluppi del processo. Va detto che tanta inflessibilità è oggi resa possibile grazie alla norme volute da Benedetto XVI che hanno dato ai vescovi direttive ben precise e strumenti adeguati per affrontare i casi di pedofilia nel clero. Non che prima i vescovi fossero compiacenti nei confronti dei preti pedofili, ma di fronte a situazioni di particolare gravità ed in assenza di regole specifiche, si agiva spesso con superficialità limitandosi a trasferire il sacerdote incriminato da un contesto ad un altro e coprendo il tutto con il ricorso al risarcimento economico per le vittime degli abusi. Oggi non è più così, e questo non significa che la Chiesa debba condannare ad ogni costo il prete accusato di pedofilia prima che lo faccia la giustizia. Ma un conto è la misericordia e l’accoglienza nei confronti della persona che deve essere comunque recuperata, altro è chiudere gli occhi o peggio, come spesso è avvenuto anche recentemente, difendere il prete anche contro l’evidenza dei fatti. Fortunatamente questo modus operandi nella Chiesa è sempre meno praticato.
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