Esclusivo. Strage di Vergarolla, il ricordo alla Camera, parla una testimone diretta

13 giugno 2014, Gianfranco Librandi
Esclusivo. Strage di Vergarolla, il ricordo alla Camera, parla una testimone diretta
Nell'estate del ‘46 un attentato sulla spiaggia di Pola (Istria) uccise oltre 80 italiani. Dopo 68 anni di oblio si chiede la verità Di Gianfranco Librandi Stazione di Bologna, 2 agosto del 1980; Milano Banca Nazionale dell’Agricoltura, 12 dicembre 1969; Portella della Ginestra, 1 maggio del 1947. Basta evocare alcune date e luoghi per evocare tragici eventi impressi in modo indelebile nella memoria collettiva nazionale. Stragi che rappresentano dei punti nodali nella controversa trama della nostra storia patria. Ma la damnatio memoriae continua a tenere sotto una coltre di silenzio la prima, e forse la più sanguinosa, strage dell’epoca repubblicana (80/100 morti), quella di Vergarolla, la spiaggia alla periferia di Pola (allora ancora italiana), in Istria, dove, il 18 agosto del 1946, fu fatto esplodere del materiale bellico durante le gare di nuoto della polisportiva Pietas Julia. Oggi, per la prima volta a 68 anni da quella carneficina, si tiene nella sala “Aldo Moro” della Camera dei Deputati il primo riconoscimento ufficiale a livello istituzionale dell’atto criminale che ha colpito la popolazione di Pola, promosso dalla vice presidente della Camera dei Deputati, on. Marina Sereni, su iniziativa dell’on. Laura Garavini. Alla cerimonia, oltre a una nutrita rappresentanza degli esuli, è presente anche il cantautore Simone Cristicchi, il quale ha dedicato a Vergarolla uno dei monologhi di Magazzino 18, libro estratto dal suo omonimo spettacolo teatrale che racconta alcune storie e fatti dell’esodo giuliano-dalmata e del genocidio delle foibe. Il 18 agosto del 1946 era bella una domenica estiva e a Pola si tenevano le tradizionali gare di nuoto. In quel periodo l'Istria era rivendicata dalla Jugoslavia di Tito, che l'aveva occupata fin dal maggio 1945 e nella quale aveva già avviato le operazioni di pulizia etnica per eliminare le comunità italiane che rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione di quelle terre.  Pola invece era amministrata per conto degli Alleati dalle truppe britanniche, ed era quindi l'unica parte dell'Istria al di fuori del controllo jugoslavo. Secondo quanto sostenuto sempre dalle associazioni degli esuli, dai rapporti dei servizi italiani e da quanto evidenziato nelle conclusioni dell’inchiesta britannica; a causare le esplosioni di mine della seconda guerra mondiale rimaste inesplose sulla spiaggia di Pola non fu un incidente ma un’azione delle squadre di sabotatori dell’Ozna, la polizia segreta della Jugoslavia comunista di Tito. L’esplosione polverizzo intere famiglie accorse a vedere l’evento sportivo, il mare si tinse di rosso, decine di salme non furono mai riconosciute e, giorni dopo, una città in ginocchio saluto le vittime dell’attentato in delle bare coperte dal tricolore trasportate da una lunga fila di camion. Fra tanta barbarie non mancarono gli atti di eroismo, come quello del dott. Micheletti, in servizio all’ospedale della città, che, sebbene perse due figli nell’attentato (uno mai ritrovato), per 24 ore di seguito continuò a prestare soccorso a tutti i feriti causati dall’esplosione. Dopo la strage decise di andarsene via. Spiegando che non voleva trovarsi un giorno “curare gli assassini dei suoi figli”. Il più grave attentato in tempo di pace della Repubblica italiana, nata appena due mesi prima con il referendum del 2 giugno, ebbe l’effetto desiderato dai carnefici: gli italiani iniziarono l’esodo dalla città di Pola, culminato nel febbraio del 1947 con la spola del piroscafo ‘Toscana’ tra la città istriana e l’altra sponda dell’Adriatico, portando migliaia di esuli giuliani nei porti di Ancona e Venezia. L’Associazione “Libero Comune di Pola in Esilio”, che raccoglie e rappresenta gli esuli da Pola, prenderà parte a questa prima commemorazione ufficiale alla camera ma in  un comunicato diffuso alla vigilia ribadisce la necessità che le istituzioni italiane facciano piena luce sulla strage “occorsa a seguito di una esplosione ormai universalmente riconosciuta non accidentale”  e che le indagini accertino “moventi, mandanti, esecutori e complici della strage mediante un esame obiettivo di tutte le fonti storiche e d’archivio, nonché delle testimonianze dirette concernenti il tragico episodio e di quant’altro eventualmente ancora reperibile a tanti anni di distanza a livello nazionale ed internazionale”. In attesa che si possano raccogliere tutte le carte per fare luce su questa pagina strappata dai libri di storia, IntelligoNews ha sentito una testimone diretta dell’attentato; Loredana Colella, 87enne esule di Pola (moglie del pittore Amedeo Collella morto nel ’75) che vive al quartiere giuliano-dalmata di Roma  (zona Eur) dal 1947. Loredana, il 18 agosto del 1946, era  una della ragazze che partecipò alle gare di nuoto della mattina, per le categorie femminili. “Sono arrivata seconda per un soffio”, racconta ancora con un certo orgoglio, “poi sono tornata a Vergorella dopo pranzo intorno alle 14:00 per assistere alle gare maschili che non sarebbero mai incominciate”. Loredana, ritorna alla spiaggia della competizione sportiva a bordo di una barca e nota subito “dei giavellotti di cilindrici di 40 centimetri che sembravano delle boe per la delimitazione degli stabilimenti”. “Alcune famiglie stavano pranzando in prossimità di queste di questi barilotti”, racconta ancora Loredana come se fosse ieri, “io le ho superate e mi sono avviata verso gli spogliatoi”. Passati pochissimi minuti “ho sentito un primo botto, quello dell’innesco”, “allora mi sono girata – dice con la voce rotta dalla commozione – e ho visto decine di persone urlare e allontanarsi da queste boe, ma dopo pochi passi sono state letteralmente scaraventate in aria”. Loredana ricorda anche le bare semi vuote riempite con i pochi resti ritrovati e il clima che si respirava a Pola dopo la strage: “L’attentato fu la ciliegina sulla torta che si aggiunse agli  omicidi mirati, alle foibe e tutte le persecuzioni contro la comunità di Pola nell’immediato dopoguerra, colpevole, agli occhi dei titini, di aver dimostrato palesemente che non intendeva ricadere sotto il gioco della Jugoslavia”. Quell’atto terroristico “convinse definitivamente tutti i cittadini di Pola a lasciare la loro amata città”.    
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