Pedalare è anti-diabete: il processo virtuoso in bicicletta

13 luglio 2016 ore 23:59, intelligo
di Luciana Palmacci  

Più si pedala più ci si allontana dal diabete, e gli effetti sono positivi anche in tarda età. Questo afferma lo studio pubblicato sulla rivista PLOS Medicine che mostra infatti che chi inizia tardi a usare la bici ottiene mediamente una riduzione del rischio di diabete del 20%. Gli effetti della bicicletta sarebbero tali da risaltare indipendentemente da altri fattori che possono influire sui rischi di malattia, quali alimentazione o problemi di peso. Lo studio è stato condotto presso l'Università della Danimarca Meridionale, coinvolgendo 24.623 maschi e 27.890 femmine di 50-65 anni. Gli esperti hanno seguito lo stato di salute dei partecipanti per alcuni anni raccogliendo informazioni sul loro stile di vita tra cui il livello di attività fisica svolta, alimentazione e naturalmente l'uso della bici sia a scopo ricreativo, sia per spostarsi ad esempio per andare in ufficio. È emerso che usare la bici riduce il rischio di diabete. In pratica più si usa meglio è, e gli epidemiologi danesi per questo sostengono la validità di sviluppare programmi per incentivare le persone ad usarla. 

Pedalare è anti-diabete: il processo virtuoso in bicicletta
Il diabete di tipo 2 ad esempio (quello che insorge in età adulta) si può in parte prevenire con uno stile di vita sano e attivo. “Anche se si tratta di uno studio osservazionale, in cui non abbiamo la certezza che la riduzione del rischio sia direttamente correlata all’utilizzo della bicicletta, offre spunti molto interessanti ed è realistico il dato sui benefici nella prevenzione del diabete” ha sottolineato Pierpaolo De Feo, direttore di C.U.R.I.A.MO. - Healthy Lifestyle Institute dell’Università di Perugia.  
La bici funzionerebbe contro questa malattia perché attiva il 70% della nostra massa muscolare, posizionata negli arti inferiori. Non è un’attività traumatica, ma un movimento mediato dal mezzo e uniforme, senza carico sulle articolazioni. Per capirne il legame con il diabete bisogna però fare un passo indietro ha continuato De Feo: “Il diabete di tipo 2 si sviluppa a causa dell’insulino-resistenza, ovvero quando l’ormone insulina lavora meno bene”. Questo accade perché all’interno delle fibre muscolari ci sono depositi eccessivi di grassi (o trigliceridi). La fibra muscolare ha la capacità di 'leggere' quanta energia ha a disposizione, grazie a un particolare enzima, e di far partire un 'messaggio' nel caso abbia necessità di maggiori riserve. Se nelle fibre c’è del grasso, l’enzima considera che l’energia è già presente e dunque la richiesta di prendere zucchero dal sangue non parte. In questo modo non si attivano i trasportatori del glucosio. Inizialmente, di fronte a questo fenomeno, l’organismo compensa producendo più insulina, ma a lungo andare questo processo viene meno perché il lavoro del pancreas, dove l’insulina viene prodotta diminuisce. 
Ecco perché un’attività blanda come la bicicletta può influenzare positivamente questo processo, invertendo la rotta. Mettere le gambe in movimento fa bruciare i trigliceridi, utilizzati come primo carburante. In questo modo si attivano i trasportatori del glucosio e la glicemia si abbassa. Bisogna immaginare una macchina che funziona con due tipi di carburante: terminato il primo, ricorre al secondo, innescando, è il caso del diabete, il processo virtuoso di calo degli zuccheri nel sangue.
autore / intelligo
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