Marco Cé, se ne va un grande Pastore

13 maggio 2014 ore 9:42, Americo Mascarucci
Marco Cé, se ne va un grande Pastore
La Chiesa Cattolica perde un grande pastore, il patriarca emerito di Venezia Marco Cè. Era malato da tempo e nelle scorse settimane aveva ricevuto dal patriarca Francesco Moraglia l’estrema unzione per l’aggravarsi delle sue condizioni. Un uomo di straordinaria levatura morale che ha sviluppato gran parte della sua attività all’interno dell’Azione Cattolica di cui fu assistente ecclesiastico generale per volontà di Paolo VI.
Diventò patriarca di Venezia nel 1978 subentrando ad Albino Lucani che pochi mesi prima era stato eletto papa con il nome di Giovanni Paolo I. Quel pontefice durò soltanto trentatre giorni e non ebbe il tempo materiale per nominare il suo successore. Sarà Giovanni Paolo II a scegliere Cé come patriarca e ad insignirlo del cardinalato l’anno successivo. Il rapporto con Wojtyla fu sempre molto solido, improntato a stima e amicizia sincera, lo stesso rapporto che proseguirà anche con il suo successore, il Papa emerito Benedetto XVI. Ha retto il patriarcato di Venezia fino al gennaio del 2002 quando,  compiuti i settantacinque anni di età rassegnò le dimissioni. Fu sostituito poi da Angelo Scola, l’attuale arcivescovo di Milano ma il suo impegno pastorale a Venezia proseguì con un’attenzione particolare ai bisogni delle persone in difficoltà. Il cardinale Cè è stato spesso etichettato come progressista ed in effetti molte delle posizioni da lui assunte sono andate in tale direzione. Quando nel 1996 Romano Prodi con la vittoria dell’Ulivo alle elezioni politiche portò per la prima volta al potere gli ex comunisti, in ampi settori della Conferenza Episcopale furono manifestati forti timori per un’alleanza che vedeva i cattolici in minoranza rispetto ai Democratici di Sinistra. Cè fu uno dei cardinali che, contrariamente al presidente Cei Camillo Ruini, dichiarò conclusa la fase della guerra fredda e dello scontro fra democristiani da una parte e comunisti dall’altra, e diede un sostanziale via libera al Governo Prodi. Più volte è intervenuto negli anni successivi assumendo posizioni chiaramente vicine come orientamento e sensibilità all’area del centrosinistra, come del resto ha sempre fatto l’Azione Cattolica, e critiche verso le politiche del centrodestra berlusconiano. Ma Cé è stato anche uno dei pochi cardinali che ha consentito nella sua diocesi la celebrazione della messa in latino a tutti i fedeli che ne facevano richiesta. Nonostante sia sempre stato un figlio autentico del Concilio Vaticano II ha sempre rispettato e accolto i cattolici di stampo tradizionalista, senza discriminazioni di sorta, ma anzi incoraggiando i sacerdoti ad esaudire il desiderio di quanti chiedevano di poter ascoltare la messa secondo il rito tridentino . In questo modo Cè venne incontro alle richieste di Giovanni Paolo II che, nel tentativo di riappacificare la Chiesa di Roma con la fraternità San Pio X (speranza ancora oggi vanificata nonostante i tanti sforzi compiuti da Benedetto XVI) pregò sempre i vescovi di assecondare, e non ostacolare, il desiderio dei fedeli rimasti legati al messale di San Pio V.  Incredibilmente il progressista Cé si rivelò molto più tollerante verso i tradizionalisti, di tanti altri vescovi di orientamento conservatore che al contrario, concessero le celebrazioni in latino con il contagocce e c on molta minore  disponibilità e tolleranza del patriarca di Venezia. Questo è stato Marco Cé, un grande pastore, che con la sua opera ha reso un grande servigio alla Chiesa e ai cattolici italiani.
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