L'asso pigliatuttto di Napolitano

13 marzo 2013 ore 17:20, intelligo
di Luigi Melica*
L'asso pigliatuttto di Napolitano
Da un lato l’empasse istituzionale, dall’altro le liti tra i partiti. Come se la campagna elettorale non fosse finita. E come se non bastasse, le agenzie di rating ci declassano di nuovo. Costituzione alla mano, non è facile districare la matassa. Ne sa qualcosa il presidente Napolitano quando usa la metafora della “nebbia fitta”. Ma ci sono alcune opzioni da considerare.
Il Pd ha ottenuto un’ampia maggioranza alla Camera grazie al premio attribuito dalla legge elettorale (55%), ma non ha ottenuto analogo risultato al Senato. Il numero di senatori utili all’autosufficienza (senza i senatori a vita) è pari a 158: il centrosinistra ne ha 119, il centrodestra 117, il Movimento 5 Stelle 54, Scelta Civica 18. E’ evidente che le “alchimie” astrattamente formulabili per superare la soglia di 158 sono svariate: centrodestra più centrosinistra; centrosinistra più M5S, centrodestra più M5S, eccetera. Il tutto con l’avvertenza che, in generale, un governo governa se è sostenuto da un margine di 19-20 senatori rispetto ai 158 necessari, non da una maggioranza risicata. PRIMA OPZIONE. Immaginando che il presidente Napolitano affidi a Bersani l’incarico di formare il nuovo governo, quest’ultimo, proprio perchè non ha i numeri che servono, dovrebbe proporre sin dal primo colloquio col capo dello Stato non solo una lista di priorità da realizzare, ma anche una coalizione potenzialmente in grado di ottenere la fiducia delle Camere. Se così non fosse, ritengo azzardato affidare a Bersani un incarico pieno: un voto di sfiducia del Senato, infatti, sarebbe devastante per il Paese. SECONDA OPZIONE. Meglio un “preincarico” a Bersani che diventerebbe “incarico ufficiale” solo se e solo quando il leader Pd promuovesse un accordo di coalizione in grado di ricevere la fiducia al Senato. In caso contrario, la “palla” tornerebbe al presidente della Repubblica. OPZIONI E VARIABILI. Qui si aprono altre opzioni: l’empasse delle forze politiche, infatti, dischiude il potere del Capo dello Stato nella scelta del premier, con l’ulteriore particolarità che Napolitano, allo stato, non può sciogliere le Camere essendo in scadenza di mandato (il 15 maggio). Il che gli assegna una maggiore ‘libertà’ di movimento alla ricerca della quadra. E’ questo il caso del cosiddetto ‘governo del presidente’ che se dovessero fallire i tentativi precedenti, le forze politiche dovrebbero accettare. Non ho dubbi che Napolitano, grazie alla sua proverbiale moral suasion, individuerà una figura di elevata professionalità e di indiscutibile indipendenza tale da ottenere la fiducia delle Camere. Il Paese potrebbe quindi superare lo stallo dovuto all’incerto risultato elettorale e porsi al riparo dai sussulti dei mercati. Con questo schema, si giungerebbe all’elezione del nuovo capo dello Stato. Ma se l’empasse non fosse superata, quest’ultimo nella pienezza dei propri poteri potrebbe sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Di fronte a questa ipotesi la domanda è: con quale legge elettorale? Se col Porcellum, quali garanzie avremo di non bissare l’esito del voto di febbraio? La prassi costituzionale sul punto è chiarissima: se le istituzioni non funzionano a causa della disomogeneità politica tra Camera e Senato si deve tornare alle urne, indipendentemente dalla legge elettorale con la quale si vota. Spetta dunque ai partiti e al loro senso di responsabilità individuare le priorità su cui trovare una convergenza per continuare la legislatura, altrimenti il nuovo capo dello Stato dovrà sciogliere le Camere. *Costituzionalista
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