Tra tassi e promesse di Obama, la Fed prevede il ritorno della crisi

13 marzo 2015, Luca Lippi
Tra tassi e promesse di Obama, la Fed prevede il ritorno della crisi
Eravamo rimasti alla propaganda natalizia di Obama quando annunciava l’uscita degli Stati Uniti dalla crisi, e poi?


E’ utile ricordare che facciamo riferimento all’Analisi Tecnica che è uno strumento apolitico e incolore; gli indicatori della Fed annunciano tempesta sull’America, tuttavia il resto del mondo si occupa esclusivamente di attendere con ansia l’aumento dei tassi.
Nessun problema per tutti gli investitori che operano sul mercato con i favori di Tyche (nella mitologia greca la dea della fortuna), la Fed alzerà i tassi alla fine.


Non ci si rende conto che dopo la terza “bazookata” di Dollari sul mercato, c’è solo il picco iniziale e poi restano i problemi; il motore non parte, inutile sostituire la batteria con altre batterie più potenti. Le esportazioni nette stanno contribuendo alla crescita del Pil nel primo trimestre assai meno di quanto previsto dal “Presidentissimo”. In seguito ai dati dell’ultima bilancia dei pagamenti la stima di crescita del Pil fatta a dicembre per il primo trimestre (+0,5%) scende sconsolatamente a un più credibile -0,8%.
Piovendo sul bagnato, le notizie dalla Cina (il 93% dell’export australiano in Cina sarà libero da dazi entro 4 anni) fanno salire ancora l’USDindex (+1,65%). Aumentare i tassi in queste condizioni è un errore, tuttavia l’ottimismo statunitense è padrone della situazione, ma a noi resta una domanda: quando l’apparente quiete sarà squarciata dalla tempesta che dirà il Presidente Obama nel messaggio alla nazione?


Il ceto medio negli Stati Uniti è stato completamente raso al suolo dalla cattiva gestione della crisi messa in atto dai tecnici statunitensi (la medesima cosa sta accadendo in Italia e in Europa), e nel frattempo avanza a grandi passi anche un altro fulmine a cielo sereno: “è finita in bancarotta la texana Dune Energy e nel weekend è emerso che Whiting Petroleum, primo produttore di shale oil a Bakken (North Dakota), cerca un acquirente per evitare la stessa fine”, diretta conseguenza della caduta dei prezzi del greggio iniziata a fine 2014.


Per chi ama incondizionatamente riempirsi la testa di “spread” stavolta ve ne diamo uno “realmente utile”. 


Lo spread tra Brent è WTI è ai massimi di sempre; ma mentre gli arabi hanno aumentato i prezzi confermando in 60 dollari il prezzo effettivo accettabile per l’OPEC, il WTI è letteralmente “incartato” dalle gesta dei fabbricanti di bolle seriali americani.
Il Dollaro vola rispetto tutte le valute a esso non ancorate ed ecco che i 60 dollari sono per i russi equivalenti ai 110 di un anno fa se tradotti in rubli. Pagheranno con maggiore inflazione, ma gli impianti americani che spariranno lo faranno per sempre. 

Prepariamoci a contribuire con entusiasmo. 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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