Caso Bologna, violare la confessione per uno scoop è giornalismo?

13 marzo 2015, Americo Mascarucci
Caso Bologna, violare la confessione per uno scoop è giornalismo?
L’integralismo islamico non ci piace, e siamo contenti di vivere in uno Stato di diritto in cui è garantita la libertà di opinione ed espressione. Però il desiderio di libertà non può far rima con intolleranza, soprattutto quando ad essere offeso è il sentimento religioso delle persone. 


La confessione per i cattolici è un qualcosa di straordinariamente sacro, è il momento della riconciliazione con Dio, il padre buono e misericordioso che accoglie il figliol prodigo ed è pronto a perdonargli le colpe e i peccati commessi. 


Sapere che una giornalista a Bologna si è finta penitente per realizzare uno scoop e poter raccontare a centinaia di lettori come i sacerdoti si comportano di fronte alla confessione di determinati peccati attinenti soprattutto la sfera etica e sessuale (insomma è una fissazione), non può che sconcertare tutti coloro che alla confessione ricorrono periodicamente, in maniera più o meno frequente, proprio perché desiderosi di riconciliarsi con il Signore. 

La confessione, in quanto intimo dialogo con il Padre misericordioso è segreta e la violazione del segreto comporta automaticamente la scomunica, sia se a violare la riservatezza è il sacerdote sia se è il penitente. 


Il confessore infatti nel momento in cui raccoglie la confessione del fedele assume la funzione di intermediario fra l’uomo e Dio, al punto che la confessione e l’assoluzione dalle colpe hanno efficacia e validità anche se quel prete non fosse degno di rappresentare il Signore. Quel sacerdote, mezz’ora prima di confessare le persone, può pure essersi macchiato di un peccato grave, ciò non inficia minimamente il valore dell’assoluzione da questi impartita, in quanto non è l’uomo a concederla ma Dio stesso, che si serve di quel prete come di uno strumento.


Si può condividere o meno tutto ciò, ma resta il fatto che per un cattolico la confessione è sacra e non può essere utilizzata per scopi differenti da quelli per cui è istituita. Non ci si può fingere penitenti per realizzare statistiche giornalistiche su quanti preti sono disposti a dare l’assoluzione ad una donna che si dichiara lesbica, che confessa di avere l’amante, di avere un figlio in provetta, di aver abortito o di aver staccato la spina del macchinario che teneva in vita un proprio congiunto. 


Questa è l’ennesima dimostrazione di come la società nichilista, relativista e laicista in cui viviamo, è completamente intollerante nei confronti della sensibilità religiosa delle persone, fino ad offenderla anche nella violazione di un sacramento. 
Tutto questo sempre e soltanto allo scopo di mettere in ridicolo la Chiesa, sfruttando persino la segretezza del confessionale per carpire notizie e informazioni che, probabilmente, non si otterrebbero se quel sacerdote fosse intervistato attraverso le modalità ordinarie, ossia presentandosi ad esso come giornalisti e chiedendogli la sua opinione su aborto, divorzio, nozze gay, fecondazione eterologa. 


No, troppo semplice, meglio mettere a nudo la vera indole del prete, chiudendosi nel confessionale, fingendosi penitenti e violando spudoratamente il segreto confessionale. La giornalista che ha realizzato lo scoop si sentirà gratificata e a posto con la propria coscienza? E il direttore che ha acconsentito alla pubblicazione del servizio? I colleghi di redazione? 
A nessuno sarà venuto lo scrupolo di ribellarsi di fronte ad un sensazionalismo giornalistico cercato ad ogni costo, anche violando un sacramento e offendendo il sentimento religioso di tanti cittadini? 


Lo ripetiamo, l’integralismo islamico non ci piace, e ringraziamo di vivere in un Paese libero in cui, ad una giornalista che si è macchiata di un così grave peccato (che non è reato), nessuno torcerà un capello; a lei sono giunte soltanto le critiche dei vescovi italiani e la condanna morale di quanti si sono sentiti offesi da un simile comportamento. 


Quale trattamento le sarebbe stato riservato ad esempio dagli islamisti radicali se avesse violato in maniera così spudorata un precetto coranico? Ringraziamo Dio di vivere in uno Stato di diritto, in cui però a predominare sembra essere un concetto sbagliato e deformato di libertà. La deformazione di una società che ha scambiato il sano concetto di laicità con il diritto assoluto di dissacrare la fede, riducendo quasi la religione a macchietta. 

No, non ci piace una società che finisce per rendere indigesta la libertà, perché quando si arriva a violare persino il segreto della confessione pur di realizzare uno scoop, allora quella libertà da tutti difesa, varrebbe paradossalmente quasi la pena di perderla.  

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