Crisi, come e perchè l’uscita dal tunnel è (ancora) lontana

13 novembre 2014, intelligo
Crisi, come e perchè l’uscita dal tunnel è (ancora) lontana
di Gianfranco Librandi 
Ormai è dal 2008 che si parla della famosa luce in fondo al tunnel, anche quest’anno il presidente del Consiglio di turno si produce nell’annuncio di turno, prevede l’uscita dalla crisi a primavera 2015. La domanda è: siamo veramente arrivati al punto di potere dichiarare la ripresa paventata come “imminente” dal 2012? Analizziamo i segnali favorevoli e quelli sfavorevoli, cioè cosa dovrebbe rendersi concreto perché vi sia una ripresa e cosa, invece, indica l’ennesima consecutiva ricaduta (la terza consecutiva per l’esattezza) che sarebbe un record nella storia di un Paese Ue. Di sicuro è già possibile affermare con i dati disponibili, che se ripresa ci sarà, questa si evidenzierà in qualche decimo di PIL, 0.5% nella migliore delle ipotesi, dato che, se messo in confronto al 9% (punti PIL persi dal 2008), fa riflettere. Segnali favorevoli sono la forte volontà della BCE di proporre un mutamento delle politiche monetarie. Ovviamente la volontà è la speranza di chi anela soluzioni, Draghi si trova a dover affrontare un “braccio di ferro” con la Banca centrale tedesca, tuttavia è determinato a convincere tutti sulla necessità di immettere liquidità nel sistema economico. Purtroppo, la storia recente ci fa solo sperare, la possibilità che le banche prestino soldi alle imprese e alle famiglie entro i prossimi 12 mesi è una chimera visti i conti dei bilanci di quest’ultime che addirittura costringono gli istituti di credito a revocare fidi alle aziende sane, figurarsi prestare denaro al sistema malridotto dalla crisi. Un altro segnale favorevole potrebbe essere un alleggerimento della politica del rigore. Il cambio della guardia in seno alla commissione europea vede decadere i ‘falchi’ dell’austerity e l’insediamento di Moscovici alla vicepresidenza (francese e contrario alle politiche di austerity). Sarebbe necessario che s’incastrassero dati di rallentamento di crescita della Germania allo scopo di favorire le teorie di “allentamento” dei trattati. Tuttavia Moody’s avrebbe già emesso la sua sentenza in proposito ma nulla osta che anche Angela Merkel condivida le teorie di Moscovici se non altro allo scopo di salvare la poltrona. Segnali sfavorevoli provengono, invece, dalla struttura della UE, che non è funzionale all’uscita dalla crisi. La Bce non ha strumenti di politica economia espansiva (eccetto la classica leva dei tassi), la Ue non ha unione fiscale (necessaria per la redistribuzione delle ricchezze), e non ultimo, ha dei trattati obsoleti come quello, ormai famosissimo, che impone un deficit sotto il 3%  (un suicidio in tempi di crisi). I paesi emergenti concorrono con l’occidente utilizzando leve incontrastabili come il costo del lavoro più basso, situazione demografica più favorevole (più giovani che anziani), materie prime. L’arma del “vecchio mondo” è il know how, ma questo matura i suoi frutti nel lungo termine, quindi la più parte delle imprese riesce a sopravvivere solo attraverso la svalutazione del lavoro, peggiorando la crisi e innescando la spirale deflattiva. Non ultimo c’è il paradosso del contesto politico occidentale che si basa sulla Democrazia. Fattore assolutamente onorevole, ma in ottica interventista assolutamente frenante. Spieghiamo meglio: i processi decisionali in Democrazia sono lenti, i governi cadono, i mercati perdono fiducia in virtù di un’instabilità sistemica, soprattutto in Italia. Tutto questo si traduce in una perdita di competitività rispetto ai paesi ex emergenti come la Cina, molto più decisionisti perché meno democratici. Questa è un’analisi oggettiva dei fatti, la disomogeneità politica e sociale della globalizzazione imporrebbe una maggiore tutela internazionale, allo stato lontanissima anche nella teorizzazione, questo lega le mani all’Occidente, e all’interno dell’UE i Paesi come Italia e Francia soffrono particolarmente. In conclusione la luce in fondo al tunnel non esiste giacché il costo per raggiungere un inutile +0,5% di PIL nella primavera del 2015 costerebbe alle generazioni future un destino di povertà e disagio strutturalmente incolmabile.
autore / intelligo
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