Perché i sacerdoti non devono essere lasciati soli. Lo diceva Benedetto XVI lo rilancia la Cei

13 novembre 2014 ore 15:06, Americo Mascarucci
Perché i sacerdoti non devono essere lasciati soli. Lo diceva Benedetto XVI lo rilancia la Cei
Benedetto XVI lo aveva affermato in tempi non sospetti. Nel libro intervista “Luce del mondo” curato dal giornalista tedesco Peter Seewald e pubblicato nel 2010, l’allora pontefice sostenne la necessità di non “lasciare soli” i sacerdoti, favorire lo spirito comunitario e la familiarità fra di loro.
L’argomento oggetto del dibattito era la pedofilia nel clero e Ratzinger evidenziò come spesso questa orrenda piaga si originava proprio a causa della solitudine che affliggeva molti preti; per il Papa emerito era dunque necessario che le diocesi fossero considerate sempre di più come delle “grandi famiglie”, favorendo la costituzione di vere e proprie comunità sacerdotali sul modello delle congregazioni religiose, per agevolare lo sviluppo di una vita di comunione fra i componenti il presbiterio, anche attraverso una conversione continua fatta di incontri periodici e aggiornamenti costanti. Oggi le stesse idee e proposte sono state rilanciate nell’ambito dell’assemblea generale della Conferenza Episcopale italiana riunita ad Assisi, dal responsabile della Commissione per il Clero e la Vita consacrata della Cei, il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi. Il quale ha sottolineato l’esigenza di favorire una formazione continua dei sacerdoti. Non una formazione sul modello di quella richiesta dai vari ordini professionali, con la partecipazione a specifici seminari ed il conseguente ottenimento dei punteggi, ma un percorso di conversione, da conseguire attraverso una maggiore familiarità diocesana. I vescovi devono dunque favorire il più possibile l’incontro fra i componenti il presbiterio, affinché questi siano perfettamente in comunione fra di loro e con il vescovo diocesano, per essere poi più aperti ed accoglienti verso le singole realtà parrocchiali. Il vescovo Lambiasi ha soprattutto evidenziato la necessità di impedire che il sacerdote resti schiavo dell’ambiente in cui è chiamato ad operare, fino a ritrovarsi condizionato nella sua azione pastorale dal contesto e dalle situazioni che all’interno di esso possono crearsi, con il rischio di far perdere al sacerdote stesso il senso vero del suo ministero facendogli inseguire interessi particolari o peggio ancora, facendogli desiderare comportamenti moralmente censurabili o addirittura penalmente rilevanti, offrendo un’immagine scandalosa di se stesso. La formazione, o meglio la conversione continua, dovrà servire a correggere determinati comportamenti sbagliati, attraverso un dialogo frequente con il proprio vescovo e l’incontro e la convivenza con i confratelli del clero diocesano, con i quali sarà fondamentale lo scambio di esperienze e buone pratiche. Il vescovo Lambiasi ha ricordato l’esempio di don Primo Mazzolari il parroco di Bozzolo censurato negli anni 40 e 50 del secolo scorso dalle gerarchie ecclesiastiche per le sue idee considerate “rivoluzionarie” ed oggi rivalutato al punto da essere stato proposto alla beatificazione dall’arcidiocesi di Milano.  Don Primo soleva dire che per essere buoni sacerdoti era necessario innanzitutto essere buoni uomini, lasciando intendere con questo l’esigenza di formare, prima che la dimensione spirituale, la dimensione umana di quanti erano chiamati a servire il Signore. Di don Mazzolari è rimasta famosa la frase con cui concludeva le lettere ai superiori che lo “punivano” per i suoi comportamenti considerati “irregolari” o erroneamente “filo comunisti”: “Bacio la mano che mi colpisce” a dimostrazione di un rispetto e di una deferenza nei confronti del proprio vescovo che andava ben oltre il rammarico per i rimproveri ricevuti. Lambiasi, per lunghi anni assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica, ricordando proprio don Mazzolari evidenzia oggi come il carattere umano del sacerdote necessiti di essere formato adeguatamente, essendo propedeutico e fondamentale per la sua formazione spirituale. E questo processo può e deve avvenire evitando il rischio dell’isolamento, perché purtroppo non tutti i sacerdoti hanno la forza, il coraggio e soprattutto la fede di don Primo, quella fede che gli ha permesso di restare unito a Cristo e fedele al Vangelo pur nella sofferenza dell’incomprensione.
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]