Il tesoro dell'Isis? Se il petrolio non tira più, il Califfo mette le tasse

13 ottobre 2015, intelligo
Il tesoro dell'Isis? Se il petrolio non tira più, il Califfo mette le tasse
di Alessandro Corneli 

Si sa che il denaro è il nerbo della guerra. La fede armata dell’Isis (Stato islamico o Califfato) ha un versante finanziario che, almeno a grandi linee, è stato analizzato dal Cat, Centro di analisi del terrorismo, con base in Francia e corrispondenti da varie parti del mondo. Il Cat raccoglie e analizza dati sui rapporti tra i diversi gruppi terroristici e le attività economiche da cui traggono le risorse economiche con cui fanno proseliti e acquistano armi, ma con cui pagano informatori e strateghi della comunicazione di massa.

Secondo le elaborazioni del Cat, nel 2014 l’Isis ha messo insieme la bella cifra di 2,9 miliardi di dollari ma nel corso del 2015 le entrate dovrebbero scendere a 2,6 miliardi, soprattutto a causa del dimezzamento del prezzo del petrolio, che lo scorso anno aveva fornito un miliardo di dollari contro i 600 milioni del 2015. 

Anche la produzione di greggio sarebbe diminuita per via dei bombardamenti che hanno colpito alcuni dei circa trenta pozzi di estrazione sotto il controllo del Califfato. Complessivamente, in quasi due anni di attacchi e di conquiste, l’Isis è riuscito a porre sotto il proprio controllo l’80% della produzione petrolifera siriana e il 10% di quella irachena. Fu proprio dall’Iraq che l’Isis ricavò il capitale iniziale per espandersi in Siria allo scopo di conquistare una base territoriale, ma è fuor di dubbio che questa operazione è stata facilitata dalla “primavera araba” che nel 2011 alimentò la rivolta contro il regime del presidente Assad. 

Il petrolio estratto sotto il controllo dell’Isis finisce nella rete di distribuzione gestita dai contrabbandieri curdi, giordani e turchi, che lo trasportano soprattutto in Turchia per essere raffinato; dopo, è difficile identificare la provenienza. La sua trasformazione in denaro avviene attraverso le 130 banche controllate dal Califfato, che funzionano però solo come banche di deposito e non eseguono transazioni internazionali. I movimenti di denaro avvengono per successivi passaggi di contante da una fiduciario all’altro fino al beneficiario finale. I fiduciari, a ogni passaggio, incassano una commissione.  

La fonte più importante di finanziamento sta diventano l’imposizione fiscale che le forze dell’Isis esercitano sulla popolazione dei territori della Siria e dell’Iraq sotto il suo controllo. Dai 360 milioni di dollari ricavati nel 2014, lo stato Islamico è passato a un miliardo. Ovviamente si tratta di una tassazione forzosa, integrata da vere e proprie estorsioni. 

Buona parte è una “ritenuta alla fonte”: nella sola provincia di Ninive, i 60mila funzionari sono obbligati a devolvere all’Isis il 50% degli stipendi, il che equivale a 5-600 milioni di dollari all’anno. Negli ultimi mesi, sempre secondo i ricercatori del Cat, sono state attivate nuove fonti. La prima è l’esportazione di cotone: tra il 5% e il 10% delle importazioni di cotone della Turchia proviene dai campi controllati al 90% dall’Isis con il risultato che un quinto delle tee-shirts fabbricate in Turchia sono fatte con il cotone coltivato nel nord della Siria controllato dal Califfato. La controffensiva in atto delle forze governative, appoggiate dai bombardamenti russi, potrebbe ridurre l’apporto di queste fonti. 

Voci minori di reddito riguardano il gas, il cemento e il grano. Poi ci sono le donazioni di simpatizzanti sparsi nel mondo, i proventi dal traffico di sostanze stupefacenti e dai sequestri e, per finire, dal commercio a sfondo sessuale. Secondo un rapporto dell’Onu dello scorso agosto, maschi e femmine da uno a nove anni sono venduti a 150 euro, gli adolescenti a 110 euro, le donne tra i 20 e i 30 anni valgono 70 euro. 

Organizzazioni medicali affermano che esisterebbe anche un commercio di organi umani prelevati da prigionieri sani o feriti oltre che dai soldati morti e la loro destinazione è molto lontana dai luoghi degli scontri. 
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