Muore Emanuele Pacifici, memoria storica dell'ebraismo italiano

14 aprile 2014 ore 15:26, Micaela Del Monte
Muore Emanuele Pacifici, memoria storica dell'ebraismo italiano
Si è spento questa mattina all'alba Emanuele Pacifici, figlio del Rabbino Riccardo Pacifici e padre dell'attuale presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici. Alle 14 si sono tenuti i funerali religiosi all'interno del cimitero ebraico di Prima Porta. A darne notizia il portavoce della Comunità ebraica di Roma, Fabio Perugia: "Oggi suo figlio Riccardo, il Consiglio della Comunità ebraica di Roma e tutto l'ebraismo lo ricordano commossi".  È stato un'importante figura dell'ebraismo italiano. Nato il 15 giugno del 1931, Emanuele Pacifici scampò alla Shoah nascondendosi nel collegio delle suore di Santa Marta a Settignano (Firenze) quando era ancora adolescente mentre il padre e la madre furono trucidati nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau. Finita la guerra, ritrovato da un soldato della Brigata Ebraica all'interno del convento, Emanuele Pacifici tentò di fare l'Alyah (la ''salita'' verso Israele). Ma una terribile malattia gli impedì di partire. Restò in Italia divenendo uno dei più importanti custodi della memoria ebraica italiana del Novecento. Ha dedicato tutta la sua vita alla registrazione degli eventi che hanno coinvolto l'ebraismo lungo decenni. Grazie al suo lavoro di raccolta ha ricostruito la storia delle Comunità ebraiche italiane, in particolar modo di quelle scomparse, e ha conservato la più ampia documentazione sul rabbinato di Rav Elio Toaff. Custode geloso del suo archivio e della sua biblioteca ha dato la possibilità a tutti di poter studiare gli avvenimenti che hanno coinvolto l'ebraismo italiano. Anche il sindaco di Roma Ignazio Marino ha voluto ricordare Emanuele Pacifici: "La perdita di figure così rappresentative per la vita comunitaria della nostra città prende la forma di un dolore collettivo, che impoverisce tutti noi, la nostra storia, la nostra memoria - ha scritto il primo cittadino in un messaggio - Ricordo quanto egli ha fatto perché a Roma, ma direi nel Paese, non andasse disperso quel patrimonio immenso di temi e tradizioni ebraiche che, come accadeva nei decenni scorsi, erano più affidati alla parola che alla scrittura. Un lavoro capillare sulla memoria, che ha compreso anche e, soprattutto, la sua testimonianza di bambino vittima delle leggi e delle persecuzioni razziali. La sua autobiografia, che ci riporta a quanto visse negli anni della guerra, sono una eredità preziosa che Roma vuole ricordare con riconoscenza. La riconoscenza di una città che ha vissuto gli orrori della guerra e delle deportazioni. La riconoscenza di chi non vuole dimenticare non solo le ingiustizie, ma l'impegno personale di chi ha voluto testimoniare la sua vita, perché tutti sapessero. Un dono indimenticabile a tutta la nostra città".
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