Arriva l’Italicum, ma per Scalfari è come legge-truffa

14 aprile 2015, intelligo
di Alessandro Corneli

Arriva l’Italicum, ma per Scalfari è come legge-truffa
Il 27 aprile, la Camera inizierà l’esame del testo della riforma elettorale - Italicum - già approvata dal Senato. Fino all’altro ieri, il ministro per le Riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, ribadiva che va bene così com’è: la paura di una modifica che lo rispedisca al Senato è infatti palpabile, tanto che si ipotizza un voto di fiducia. 

Ma, negli ultimi due giorni, ai mal di pancia della sinistra Pd si sono aggiunte le critiche pesanti del sempreverde Eugenio Scalfari, dalle colonne della renziana Repubblica, e del costituzionalista Michele Ainis del filogovernativo Corriere della sera. Non si tratta di gufi solitari. Scalfari fa un ragionamento più politico che istituzionale; Ainis segue il percorso inverso. Entrambi arrivano allo stesso giudizio negativo.

Per il fondatore di Repubblica, l’Italicum spalanca la strada alla democratura, cioè a una democrazia con forti caratteri autoritari, imperniata sul premier e il suo governo. Scalfari arriva a riabilitare la “legge truffa” del 1953 perché essa prevedeva il premio di maggioranza - per governare in modo tranquillo, secondo quanto disse allora Alcide De Gasperi - solo al partito o alla coalizione che avesse superato, anche di un solo voto, il 50 per cento: quindi, un premio di maggioranza in seggi a chi avesse comunque ottenuto la maggioranza dei voti. 

L’Italicum, invece, assegna un premio di maggioranza in seggi (340 su 630) al partito che, al primo turno, potrebbe anche avere meno di un terzo dei voti. Secondo difetto: gli eletti sarebbero dei “nominati”: non solo perché i capilista sarebbero decisi dal segretario del partito che è anche candidato premier, ma perché - aggiunge il costituzionalista Ainis - il candidato-premier può presentarsi capolista in dieci collegi, optare per uno e favorire gli altri nove meglio piazzati. Scalfari vede poi la prospettiva di una tendenziale subordinazione della Corte costituzionale a un Esecutivo onnipotente, che a avrà a disposizione anche la Rai. Conclusione: questa legge porta alla “abolizione della democrazia parlamentare” poiché un Parlamento di “nominati” è “una dependance del potere esecutivo”.

Ainis sottolinea che il premio di maggioranza premia, esaltandolo, un solo partito mentre lo sbarramento del 3 per cento “frantuma l’opposizione”. Suggerisce quindi di alzare almeno l’assicella al 5 per cento e di dare un “premio di minoranza” al secondo partito più votato allo scopo di irrobustire l’opposizione, altrimenti “il voto diventa un plebiscito” e “il plebiscito muta i parlamentari in plebe”. Teme, inoltre, che se non si avrà in tempi utili la riforma del Senato, potrebbero confliggere due sistemi elettorali. 

Meglio sarebbe stabilire che la nuova legge elettorale entrerà in vigore solo dopo la riforma del Senato e non solo dopo il 1° luglio 2016. Infine - e questo dovrebbe preoccupare Matteo Renzi - Ainis ricorda che la legge dovrà affrontare prima il vaglio del presidente Sergio Mattarella e poi quello della Corte costituzionale. 

Aggiungiamo che è da escludere una divergenza tra questi due organi: il Capo dello Stato, prima di promulgare la legge, si informerà a fondo presso gli ex colleghi della Consulta. Due organi che Renzi non potrà liquidare come gufi.    
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