Il nuovo film di Nanni Moretti, ma si può criticare?

14 aprile 2015, Lucia Bigozzi
Il nuovo film di Nanni Moretti, ma si può criticare?
La notizia non è il nuovo film di Nanni Moretti, quanto piuttosto l’interrogativo: ma si possono criticare i film morettiani? 

A prima vista può suonare stonato: certo che si possono criticare le pellicole del regista di ‘Palombella rossa’ in versione daje alla sinistra dei D’Alema, dei Fassino, dei Rutelli, dei Prodi (come nella famosa ‘arringa’ in piazza Navona) o de Il Caimano, in versione dajè al Berlusca e al suo cotè di potere, nani e ballerine (storica citazione di Rino Formica, al pari di quella sulla politica che è ‘sangue e merda’). 

Certo che si può criticare, la critica è un  diritto, la libertà di pensiero è sancita dalla Costituzione e giù tutto il repertorio del ‘si può fare’. Del resto siamo in democrazia, è la chiosa finale dello stereotipo del buonismo politically correct.

Il punto è un altro: non sempre questo diritto-dovere di critica di cui si ammantano le anime belle del giornalismo e della politica si può esercitare senza incappare in giaculatorie, insulti, reprimende, lezioni di stile e di bon ton un tanto al chilo. E questo vale ancora di più nei confronti della filmografia del Moretti-nazionale. 

Idolatrato dalla stampa e dalla critica, a prescindere. Talvolta criticato ma sempre col misurino del “minimo sindacale”. Ora il “tormentone” morettiano torna a riempire le pagine dei giornali ancor prima dell’uscita dell’ultima fatica del regista di Brunico, nelle sale dopodomani. 

Certo, c’è stata l’anteprima, e gli addetti ai lavori lo hanno visto e ne hanno scritto ma per ora la scrittura appare monocorde e mono-suono. Per non parlare delle interviste ‘preparate’ con cura dagli ‘chef’ dei talk show, vedi il sempreverde Fabio Fazio, ‘cotte e mangiate’ ancora prima di capire bene il menù, gli ingredienti, ancor prima di assaggiare il piatto o di saperci abbinare il giusto vino. Accade ogni volta che Moretti aziona il ‘ciak’ e quel suono rimbomba all’istante nelle redazioni degli addetti ai lavori che di mestiere dovrebbero fare i critici cinematografici, o nei salotti buoni della Roma-bene dove si perpetua il rito - ormai decadente -  della ‘grande bellezza’. 

Con ‘Mia madre’, Moretti chiude quella che da molti viene considerata la "trilogia del dolore", iniziata con “Aprile”, proseguita con “La stanza del figlio” e completata con la pellicola che richiama l’esperienza della morte della madre. E’ come se il regista avesse deciso di usare il contagocce dell’introspezione per ricavarne un’autobiografia stile serie tv. 

Noi non lo abbiamo ancora visto “Mia madre” e per questo non ci sentiamo di aggiungerci al coro degli osannanti (che magari ignorano i contenuti dell’opera cinematografica) convinti che i film di Moretti si amano a prescindere. Lo faremo e poi ne scriveremo. Per il momento ci limitiamo a sollevare un ragionevole dubbio sull’aureola che è già stata calata sulla testa di Moretti. Suo malgrado. E prima che si apra il sipario. 

autore / Lucia Bigozzi
Lucia Bigozzi
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]