Renzi e la riforma costituzionale: il modello anglo-messicano

14 aprile 2016 ore 12:43, intelligo
di Alessandro Corneli       


Matteo Renzi è essenzialmente un autodidatta e quindi è portato a pensare che, mettendo insieme alcuni componenti in sé funzionali, si possa ottenere un prodotto finito che funziona. Come dire: mettiamo allo struzzo le potenti ali del condor e diventerà il più grosso uccello volante.  Che li abbia studiati di proposito o abbia lasciato campo libero al suo istinto politico, due son o i modelli che emergono dalla riforma costituzionale voluta da Renzi (o da Napolitano?): il modello britannico (per quanto riguarda il funzionamento del governo) e il modello messicano (per quanto riguarda il rapporto tra lo stato e il partito).
Dal modello britannico, Renzi ha importato l’idea del Gabinetto ristretto, ovvero del circolo di pochi elementi del Governo (ministri e sottosegretari) che decidono su tutte le questioni più importanti e controllano/indirizzano l’attività degli altri dicasteri. Fanno parte di questo Inner Circle i ministri dell’Economia, degli Esteri, dei Rapporti con il Parlamento e Riforme, il Sottosegretario con delega per i Servizi. Niente da dire: in tutti i Paesi c’è un gruppo di ministri più importanti, per la natura delle decisioni che devono prendere o per le risorse che manovrano o per gli interessi che rappresentano, che stanno intorno al capo del Governo e, di fatto, gestiscono il cosiddetto “indirizzo politico”. 
Non sorprende che il decisionista Renzi sia stato attratto dal modello britannico del Gabinetto ristretto, che è nei fatti. Per certi aspetti, il Premier britannico ha più potere del presidente degli Stati Uniti, condizionato dal Congresso. Ma questo potere, che formalmente poggia sulla fiducia parlamentare –non dimentichiamo che l’Inghilterra è la culla del parlamentarismo –, in realtà dipende dalla fiducia che il partito accorda al Premier e che dipende dagli interessi del partito e non da quelli del Premier. Fino a quando il partito (laburista o conservatore), che è a diretto contatto con gli interessi e gli umori della società, e quindi del corpo elettorale, ritiene che il Premier che esso sostiene faccia gli interessi del partito (o meglio: gli interessi rappresentati nel partito), tutto procede normalmente, ma quando il partito ritiene che il Premier vada contro questi interessi, gli toglie la fiducia, costringendolo alle dimissioni, indipendentemente dal Parlamento. In questo modo, in Inghilterra, democrazia sostanziale e democrazia formale coincidono.
Consapevole di ciò, Renzi ha conquistato il controllo del partito e lo mantiene spavaldamente. Ma può farlo nella misura in cui il partito non sia il punto di convergenza di interessi, che potrebbero allontanarsi come lastre di ghiaccio e farlo affondare, portando l’Inner Circle ad essere l’interlocutore diretto degli interessi più rilevanti che operano nel Paese, cioè delle lobby. Le cronache recenti lo confermano. Ora, che il parlamentarismo sia sempre più soppiantato dal lobbysmo, è un fatto ormai accertato a livello mondiale: sotto questo aspetto, la riforma costituzionale renziana si muove nel segno dei tempi; il resto è questione di trasparenza, a partire da una legge sulle lobby la cui proposta è ferma da anni.
C’è però un particolare: in democrazia si vota, o almeno si continua a votare, anche se con una partecipazione in calo. Occorre quindi che il partito ottenga consensi. Qui scatta il modello messicano, quello del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), che è stato al potere ininterrottamente per 71 anni dal 1929 al 2000 e, dopo una pausa di 12 anni, è tornato al potere nel 2012: le prossime elezioni si svolgeranno nel 2018. Si tratta di un partito emerso dal lungo e convulso periodo rivoluzionario iniziato nel 1911. Il PRI, sfruttando al meglio una Costituzione presidenzialistica ed usando il potere in modo autoritario, è così riuscito a mantenersi a lungo al potere. La versione renziana è quella del Partito della Nazione, corredato di tratti nazionalistici e di un largo apparato mediatico, ma il suo principale strumento operativo è il sistema elettorale detto Italicum imperniato sul premio di maggioranza, attribuito al primo turno o al ballottaggio, che consente l’elezione assicurata  dei capilista decisi dalle segreterie dei partiti (i cosiddetti nominati). Finché Renzi avrà il controllo del partito, eviterà il rischio cui è sottoposto il Premier britannico.
Il sistema ha una sua coerenza logica e funzionale ma è costretto ad esasperare il lato personalistico per cui ogni consultazione elettorale si trasforma in un referendum pro o contro il Premier: ciò che Renzi non nasconde ma ammette esplicitamente. Ne fa il suo punto di forza, ma in realtà si tratta di un arroccamento, di un chiudersi nella fortezza assediata. Tutto dipende quindi da pochi fattori: 1) le riserve a disposizione (e qui la situazione economica non lo aiuta molto, le elargizioni per tenere alto il morale possono esaurirsi); 2) la fedeltà del partito (molte fortezze sono cadute per il tradimento di pochi che hanno aperto una porta al nemico); 3) la compattezza e la determinazione degli assedianti (che finora non c’è stata).  In ultima analisi, la parola decisiva spetta agli elettori. E non è poco.


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