Cop21: l'accordo sul clima non soddisfa, c'è ma è senza sanzioni

14 dicembre 2015 ore 7:36, Adriano Scianca
Cop21: l'accordo sul clima non soddisfa, c'è ma è senza sanzioni
Alla fine c'è stato una sorta di accordo: il Cop21, la conferenza globale sul clima, si chiude con testo controfirmato da 195 stati. Limite di 1,5 gradi al rialzo della temperatura, cento miliardi di dollari per i paesi in via di sviluppo e revisione ogni cinque anni sui tagli alle emissioni nocive: questi i punti fondamentali dell'accordo.

Entusiasti i commenti di gran parte dei partecipanti. “Abbiamo la bozza che è giusta, ambiziosa ed equilibrata e che riflette tutte le parti. È giuridicamente vincolante”, ha detto il presidente del Cop21, Laurent Fabius. "Questo accordo", ha proseguito, "è necessario per il mondo intero e per ciascuno dei nostri paesi. Aiuterà gli stati insulari a tutelarsi davanti all'avanzare dei mari che minacciano le loro coste; darà mezzi finanziari all'Africa, sosterrà l'America Latina nella protezione delle sue foreste e appoggerà i produttori di petrolio nella diversificazione della loro produzione energetica. Questo testo sarà al servizio delle grandi cause: sicurezza alimentare, lotta alla povertà, diritti essenziali e alla fine dei conti, la pace. Siamo arrivati alla fine di un percorso ma anche all'inizio di un altro. Il mondo trattiene il fiato e conta su tutti noi". 

Il testo siglato è di 31 pagine. L'accordo, dopo un’ampia introduzione, è stato suddiviso in 29 articoli ai quali gli Stati devono attenersi: ma si tratta di indicazioni che non comportano sanzioni per chi non le rispetta. E questa è la prima fregatura. Che senso ha un accordo che non prevede alcun termine vincolante, né alcuna sanzione, con in più la possibilità del ritiro di qualsiasi parte passati tre anni dalla stipula (mentre le prime azioni sono rimandate al 2020), sempre senza alcuna penalità? Del resto le buone intenzioni messe nero su bianco si scontrano presto con la realtà: vedasi, per esempio, il peso abnorme che hanno i Paesi produttori di petrolio, come le petromonarchie del golfo. O lo squilibrio fra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, con i primi che predicano la riduzione delle emissioni dopo aver delocalizzato le industrie nei secondi. Insomma, la questione è seria e complicata e non basteranno delle pie ambizioni per risolverla.
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