Ma quanto sono attuali Don Camillo e Peppone: ecco perché

14 febbraio 2014 ore 10:38, Americo Mascarucci
Ma quanto sono attuali Don Camillo e Peppone: ecco perché
La Tv sta riproponendo in queste settimane la saga di Don Camillo composta da cinque film ispirati ai racconti di Giovannino Guareschi; Don Camillo, Il ritorno di Don Camillo (già trasmessi nelle settimane scorse), Don Camillo e l’onorevole Peppone, Don Camillo monsignore ma non troppo, il compagno Don Camillo (che andranno in onda nei prossimi giorni). Stando ai dati auditel, le storie del parroco e del sindaco del Comune di Brescello, centro in provincia di Reggio Emilia (anche se Guareschi nei romanzi non cita mai il nome del paese), continuano ad appassionare i telespettatori che sempre più numerosi amano rivedere i film della serie pur conoscendoli ormai quasi a memoria. Ma Fernandel – Don Camillo e Gino Cervi – Peppone sono immortali e soprattutto non perdono mai d’attualità. Non corrono il rischio di annoiare, nonostante si tratti di film che la tv quasi ogni due, tre anni, torna a riproporre al grande pubblico. Ma in fondo ad essere sempre attuale è Giovannino Guareschi e quel suo modo di irridere il comunismo nostrano, attraverso la bonarietà e l’ingenuità di Peppone e dei suoi compagni. C’è chi è arrivato ad ipotizzare che abbia fatto più danni ai comunisti Guareschi con le storie di Don Camillo che padre Riccardo Lombardi con i suoi comizi di fuoco. Perché in fondo con Peppone lo scrittore ha saputo rappresentare alla perfezione il prototipo del comunista tutto slogan e scarsa sostanza. Il comunista capace di infervorare le folle con frasi ad effetto contro i “neri corvi della reazione che si nascondono all’ombra della croce”, salvo poi in gran segreto andare in Chiesa per mettersi a posto la coscienza. I comunisti che in pubblico si professavano atei ed invitavano le persone a stare lontano dai preti e dalle sacrestie, per poi essere i primi ad accogliere il vescovo nella casa del popolo con tutti gli onori. Don Camillo e Peppone sono un po’ come i “ladri di Pisa” che litigano di giorno per rubare insieme di notte. E difatti non c’è problema che Peppone riesca a risolvere senza l’aiuto del curato. I comunisti odiavano Guareschi perché in fondo meglio di altri era riuscito a comprendere perfettamente la loro ipocrisia ideologica. Quell’ipocrisia che si evidenziava nell’obbedienza cieca ai dettami di Mosca e nella convinzione di avere nell’Urss il paradiso in terra; una convinzione che poi si scontrava con la crisi di coscienza determinata dalla consapevolezza di veder contraddetti i principi di libertà, uguaglianza e giustizia sociale professati con certezza granitica, proprio laddove avrebbero dovuto essere meglio rappresentati, cioè nell’Unione Sovietica bolscevica. Quel Peppone così caricaturale ma terribilmente autentico, era per i dirigenti del Pci peggio di un calcio sotto la cintura o di un pugno nello stomaco. Ma Guareschi, che oltre ad essere un fervente anticomunista era anche un cattolico anti-clericale, nel personaggio di Don Camillo volle pure ridicolizzare un certo tipo di clero, talmente infatuato dalla politica da aver dimenticato la propria missione pastorale; il Cristo parlante che inchiodato sulla croce rimprovera il sanguigno parroco ogni volta che si lascia trasportare troppo dalla foga, sembra tanto un richiamo alla Chiesa dell’epoca, troppo schierata in un ambito, quello politico, che gli competeva relativamente. E non è un caso che Guareschi nei romanzi ponga Don Camillo in contrapposizione diretta a Peppone, riducendo i rappresentanti della Democrazia Cristiana, i vari Filotti, Spiletti, Benelli ecc. a figure di secondo piano, costrette a riconoscere nel parroco il loro capo corrente. Un riferimento nemmeno troppo velato alla sudditanza della Dc nei confronti della Chiesa, tanto per far arrabbiare Alcide de Gasperi che non sopportava di essere considerato un “servo del Vaticano”. Oggi il mondo è cambiato, la politica soprattutto è cambiata, ma le storie di Guareschi ambientate a Brescello restano di un’attualità sorprendente. Perché in fondo sono il ritratto di un’Italia eternamente contrapposta. L’Italia divisa fra Don Camillo e Peppone è un po’ come l’Italia di oggi dove la politica assomiglia sempre di più ad un grande palcoscenico in cui si muovono personaggi solo apparentemente in lotta fra loro.
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]