Ecco perché il 2015 non sarà l’anno della ripresa. Le prove

14 gennaio 2015, intelligo
Ecco perché il 2015 non sarà l’anno della ripresa. Le prove
di Gianfranco Librandi
Poiché il 2015 è stato definito l’anno della ripresa, proviamo per una volta a lasciarlo valutare da chi fa impresa seriamente come sarà il 2015? Da un punto di vista strettamente tecnico il 2015 non potrà mai essere l’anno della ripresa, l’Economia che non ha nulla a che fare con le rappresentazioni propagandistiche della politica, ha dei cicli da rispettare e dei tempi ragionevoli per compiere “virate”. Considerando lo stato attuale delle cose prima che sia imboccato un nuovo corso e ammesso che le riforme siano strutturate per incanalare questo nuovo corso, sono necessari almeno 4/5 anni per sistemare la situazione a livelli vicini a quelli di dieci anni fa. Quindi nella migliore delle ipotesi, fra cinque anni possiamo aspirare a ripartire da dove avevamo lasciato il 2010. Poi andiamo a vedere cosa pensa Unioncamere che ha eseguito un sondaggio interessando 122 mila imprese italiane (quindi molto serio) che evidenzia il parere sicuramente attendibile di chi sul campo di battaglia ci sta da attore protagonista. Tre aziende su cinque, non prevedono alcuna possibilità concreta di miglioramento, da questo rincarano la dose non individuando indicazioni positive. Quindi per tre aziende su cinque la svolta non esiste sia dal versante produttivo sia (ovviamente) dal versante occupazionale. Gli imprenditori continuano ad accusare la pressione fiscale che produce asfissia e impedisce ogni tentativo di ripresa economica. Gli imprenditori lamentano che a fronte d’investimenti di capitale proprio, il rischio d’impresa è totale mentre il ritorno reddituale di tutto il capitale investito è concentrato solo sulla parte residua (tolta la quota destinata al fisco) che deve generare assai più di quello che è ragionevolmente auspicabile per compensare il rischio d’impresa e produrre utili da reinvestire. La brutalità della situazione è racchiusa tutta nel fatto che “nessuno paga”, i privati hanno sempre maggiori difficoltà di accedere al credito e dal pubblico, pur avendo ridotto il ritardo dei pagamenti da due anni a 72 giorni mediamente (quindi Renzi avrebbe perso la nota scommessa) comunque sono una criticità sulla ciclicità del flusso. Nel medesimo sondaggio emerge che la legge di stabilità 2015 non cambierà nulla per gli imprenditori, e questa è la conferma a quanto già abbiamo scritto in proposito con largo anticipo. Manca una parte fondamentale nel sondaggio che riguarda la deflazione, evidentemente è stato preparato prima che i media evidenziassero la situazione attuale. Dunque, aggiungiamo noi che alle criticità rilevate dagli imprenditori si aggiungono gli effetti devastanti della riduzione dei prezzi (deflazione appunto) che sono il cancro dell’Economia da debellare il più in fretta possibile. Si salva chi va all’estero, questo sì; l’esempio più evidente è quello di FIAT. Con buona pace di Renzi, paradossalmente, che usando Marchionne come sponsor ammette e incita inconsapevolmente gli imprenditori a lasciare il Paese. L’esecutivo non ha alcuna arma e possibilità neanche nelle intenzioni di cambiare la situazione per favorire l’imprenditoria italica. Il ritorno economico per l’Italia è poco; sempre considerando il caso FIAT, la sua ripresa in terra straniera ha prodotto per l’Italia solamente un migliaio di nuove assunzioni per produrre la 500X e Jeep, che comunque nascono per il mercato statunitense. Meglio che niente, però alla guida del Paese non c’è Marchionne.
autore / intelligo
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