Internet, parla "papà www" Tim Berners-Lee: "Mio compito non è finito"

14 gennaio 2016 ore 12:03, Adriano Scianca
Internet, parla 'papà www' Tim Berners-Lee: 'Mio compito non è finito'
L'invenzione che lo ha reso famoso risale a 25 anni fa, ma Tim Berners-Lee parla ancora come uno che ha un compito da svolgere nel presente e, soprattutto, nel futuro. Giunto a Roma in occasione della cerimonia di presentazione del nuovo brand unico di Tim, il padre del world wide web incontrerà anche il premier Matteo Renzi, con il quale probabilmente parlerà anche della lentezza con cui la rivoluzione digitale avanza tuttora in Italia. Berners-Lee è l'uomo che ha messo in rete il primo sito della storia, una pagina in bianco e nero con la spiegazione di cosa fosse un ipertesto. È lui che ha coniato il nome di world wide web, che ha scritto il primo server, httpd, e il primo client (un browser e un editor), nell'ottobre del 1990. 

Ha scritto inoltre la prima versione del linguaggio di formattazione di documenti con capacità di collegamenti ipertestuali, conosciuto come Html. In un Paese in cui esistono ancora tante persone tagliate fuori da internet, lui ribadisce che “il divario digitale è la premessa per tante altre disuguaglianze, a cominciare da quelle economiche”. Certo, dal suo primo sito a oggi, la rete è cresciuta in modo esponenziale, non sempre in modo felice. Ma, dice lui, la colpa non è del mezzo, ma di chi lo usa: "Il web non è diverso dall'umanità, che è fatta di cose orribili e altre meravigliose. Chi accusa il web di avere un lato oscuro, dovrebbe riflettere sul fatto che quel lato oscuro è nell'umanità stessa. Ciò detto io sono ottimista e resto convinto che il saldo finale, il bilancio di una umanità più connessa resta positivo. In ogni caso è un buon segno della maturità di Internet il fatto che la gente si faccia delle domande sugli effetti del web". Stessa cosa per il problema della sicurezza e della privacy, che ormai ossessiona chi naviga in internet: “Quella fra privacy e sicurezza – dice – non deve essere una dicotomia, dire di dover essere costretti a scegliere fra il diritto di non essere spiati e il bisogno di sentirsi al sicuro è profondamente sbagliato. Bisogna però capire che tipo di potere vogliamo dare alle forze di sicurezza. Perché se diamo loro il potere di controllare i cittadini, dobbiamo anche essere sicuri che quelle informazioni vengano utilizzate solo per ragioni specifiche, come ad esempio per catturare un delinquente”. 

E della situazione italiana dice: “Un paese come il vostro, con tanta cultura, con tanta bellezza, non merita di stare così indietro. È uno spreco incredibile. Credo che sia importante far passare il messaggio che il digitale non solo migliora la vita, la rende più facile e divertente, ma contribuisce in modo determinante alla crescita economica. Vi rende più ricchi”.
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