Sindacati: il nuovo modello di contrattazione è utile?

14 gennaio 2016 ore 14:17, Luca Lippi
Parte l’ennesima discussione su un nuovo modello di contrattazione contrattuale. Molti contratti collettivi di lavoro sono scaduti e, poiché la ripresa c’è ma non è così incisiva, non si vede come rinnovarli. Il contratto dei 3,4 milioni di lavoratori pubblici, fermo da 6 anni, un po' per diktat europeo, un po' per le implicazioni di debito pubblico, si è sbloccato per l’intervento della Consulta, che non è proprio una “parte sociale”. I 300 milioni previsti dalla legge di Stabilità incrementeranno lo scontento dei lavoratori pubblici beneficiari e dei restanti 20 milioni di dipendenti. L’opinione pubblica, in larga maggioranza, si fida solo dei milioni di piccole imprese, largamente assenti da questo dibattito. Quello che le masse individuano in superfice è che non c’è un impegno concreto da parte dei sindacati di modernizzarsi e adeguarsi alle condizioni attuali, c’è una stasi quasi sconcertante alla ormai sepolta prima repubblica. In Parlamento c’è una rappresentanza piuttosto importante di origine sindacale, in gran parte proveniente da Cgil, e anche una rappresentanza di confindustriali, eppure il Jobs Act è stato varato senza una reale opposizione della sinistra storica di origine sindacale, e neanche i confindustriali sono riusciti a opporsi alla de-industrializzazione e alla pressione fiscale crescente. I dati positivi degli ultimi tempi sono emersi grazie a politiche di centrodestra e tecniche (governo Monti), le politiche dei governi più recenti hanno bisogno di più tempo per far emergere dei risultati commentabili con i numeri.

Sindacati: il nuovo modello di contrattazione è utile?
Cosa vogliono, dunque i sindacati oggi? Vogliono (riportiamo letteralmente) che “Il contratto nazionale, con la determinazione delle retribuzioni, continui a svolgere un ruolo di regolatore salariale, uscendo dalla sola logica della salvaguardia del potere d’acquisto, che nasceva da un’esigenza di contenimento salariale in anni di alti tassi di inflazione, per assumere nuova responsabilità e ruolo. Le dinamiche salariali dovranno, così, contribuire all’espansione della domanda interna, a contrastare le pressioni deflattive sull’economia nazionale, a stimolare la competitività delle imprese e la loro capacità di creare lavoro stabile e qualificato, nonché a valorizzare, attraverso una equa remunerazione, l’apporto individuale e collettivo delle lavoratrici e dei lavoratori”. Traducendo per rendere la questione comprensibile a tutti, i sindacati si sono accorti che il protocollo del 1993 non può più essere preso in considerazione, e quindi il salario deve essere adeguato a parametri diversi da quelli individuati all’epoca, ma quali sarebbero questi parametri macroeconomici? Se fossero gli indicatori di crescita economica e l’andamento settoriale, significa che la contrattazione salariale diventa uno strumento di politica economica che basa la sua programmazione su indicatori, si necessari e sufficienti, ma non altrettanto per determinare il potere d’acquisto di un salario. In buona sostanza, stante così le cose a che cosa servono le parti sociali? Ecco che diventa leziosa e inadeguata l’attenzione richiesta alla norma che fa riferimento a parametri ormai obsoleti, riportiamo sempre letteralmente: “L’esigibilità universale dei minimi salariali definiti dai Ccnl, in alternativa all’ipotesi del salario minimo legale, va sancita attraverso un intervento legislativo di sostegno, che definisca l’erga omnes dei Ccnl, dando attuazione a quanto previsto dall’Art. 39 della Costituzione”. Proviamo a tradurre: l’articolo 39 della Costituzione dice … I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce. Ma se la determinazione salariale diventa una conseguenza della politica economica del Parlamento, come potranno i sindacati stipulare contratti in nome e per conto dei propri iscritti? E poi cadrebbe l’esigenza di decentrare la contrattazione per adeguarla alla produttività e qualità del lavoro prima ancora che al diritto di un salario quantitativamente adeguato e non più qualitativamente. 

In conclusione, nessuno vuole cancellare le organizzazioni sindacali, piuttosto è il sindacato che deve comprendere l’esigenza epocale di confrontarsi dall’interno (in Parlamento e con responsabilità precise) cooperando per il rilancio della produttività prima di tutto. E’ accaduto invece che il governo per dare un colpo al cerchio (ignorare i sindacati) ha dovuto dare il colpo anche alla botte (la più alta tassazione sul lavoro d’Europa). Il tutto porterà a gettare benzina sul fuoco per alimentare la guerriglia sul modello Landini/Camusso mentre ci si dovrebbe sedere al tavolo dell’interesse comune (governo, parti sociali e industria) allo scopo di cedere sovranità da parte di tutti per ricostruire il tessuto produttivo e rinunciare alle protezioni ad oltranza. Si prenda esempio dalle Partite Iva che odiano “i ponti”, la malattia e le ferie giacché corrispondono da sempre a giorni di “non lavoro” e non lavorare significa non mangiare, così deve essere per tutti, mal comune mezzo gaudio.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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