Israele-Palestina: l'Egitto di Al-Sisi non è quello di Mubarak (il mediatore)

14 luglio 2014 ore 10:41, Americo Mascarucci
Israele-Palestina: l'Egitto di Al-Sisi non è quello di Mubarak (il mediatore)
L’Egitto può ancora giocare il ruolo di mediatore nella nuova crisi che si è aperta fra Israele e Palestina? Difficile crederlo, sebbene molti osservatori internazionali confidano sugli egiziani per convincere Hamas ad interrompere la pioggia di missili che da Gaza stanno cadendo sulle città israeliane, e sull’altro fronte per scongiurare l’occupazione della striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano.
Appare difficile crederlo, nel momento stesso in cui questo ruolo dovrebbe essere giocato dal generale Al-Sisi l’uomo forte dell’Egitto, l’ex capo supremo delle forze armate che con un golpe militare ha deposto il presidente Mohammed Morsi e ha messo al bando i Fratelli musulmani. Hamas infatti è un’emanazione della Fratellanza musulmana e appare quindi poco credibile che i capi di Hamas possano fidarsi dell’uomo che in Egitto ha abbattuto il “loro” governo, ha fatto arrestare l’ex presidente Morsi e ha fatto giustiziare diversi esponenti di primo piano del movimento. Un ruolo quello di mediatore che invece sapeva svolgere egregiamente l’ex presidente Hosni Mubarak che non a caso, durante i giorni della rivoluzione egiziana, fu difeso fra gli altri anche da Israele consapevole di perdere con lui un alleato strategico in grado di controllare e frenare Hamas. Mubarak infatti aveva legittimato la Fratellanza musulmana, dopo gli anni delle persecuzioni ad opera di Nasser e dopo i tentativi di pacificazione messi in atto dal predecessore Sadat, assassinato proprio da frange estremiste della Fratellanza contrarie a scendere a patti con il regime post nasseriano. Mubarak concesse ai Fratelli musulmani, dopo aver ottenuto da questi la garanzia di abbandonare la lotta armata e di moderare le loro posizioni, il diritto di tornare alla politica attiva seppur in blocco con le forze governative per controllarne le mosse. Sta di fatto che la Fratellanza inizialmente era rimasta completamente estranea alle rivolte anti-Mubarak inserendosi nella rivoluzione soltanto in un secondo tempo, quando ormai stava apparendo chiaro a tutti che il regime era in crisi e che il rais sarebbe capitolato; vi sono entrati con l’obiettivo di gestire la fase di transizione e candidarsi poi alla guida del Paese. Mubarak quindi, durante gli anni d’oro del suo regime, godeva se non proprio di un appoggio aperto, quanto meno di una opportunistica benevolenza da parte dei Fratelli musulmani che erano in pratica liberi di agire seppur con tutte le limitazioni imposte dal regime. Oggi Al Sisi parte con l’handicap di aver costretto la Fratellanza alla clandestinità come fece Nasser alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso, quando i Fratelli erano tenaci oppositori della sua politica laico-socialista, e di avere sulla coscienza un numero imprecisato di Fratelli, fatti ammazzare tanto nelle piazze durante le rivolte pro-Morsi, che sui patiboli in seguito a processi sommari. I capi di Hamas a sentire gli esperti avrebbero tutto l’interesse a far sì che si raggiunga una tregua che impedisca l’occupazione di Gaza da parte di Israele, ma il problema è rappresentato dalle frange estremiste che sembrerebbero aver preso da tempo il sopravvento nell’organizzazione, manovrate dai terroristi, decisi ad infiammare tutto il Medio Oriente, dalla Siria all’Iraq finendo con la Palestina. Ecco perché la situazione oggi appare di difficile soluzione, così come ancora più difficile sembra apparire l’ipotesi di mediazione ad opera dei mediatori storici del conflitto arabo-israeliano, l’Egitto su tutti. Anche queste sono purtroppo le nefaste conseguenze di quelle primavere arabe che avevano illuso l’Occidente, convinto di poter controllare la transizione fra i regimi e le democrazie. Invece quei regimi che gli Stati Uniti e l’Europa hanno contribuito ad abbattere, sono stati per anni determinanti per mantenere l’equilibrio geo politico nel Medio Oriente, per controllare e regolare i conflitti nell’area e per contrastare l’emergere del terrorismo. Ormai però è troppo tardi per riparare, il terrorismo è egemone ovunque e l’instabilità sembra diventata la parola d’ordine, con la conseguenza di trasformare la pace in Terra santa in un’irrealistica utopia.
caricamento in corso...
caricamento in corso...
[Template ADV/Publy/article_bottom_right not found]