Dalla crisi economica all'antieuropeismo il passo è breve: crolla la fiducia nell'euro

14 maggio 2013 ore 11:40, Pietro Romano
Dalla crisi economica all'antieuropeismo il passo è breve: crolla la fiducia nell'euro
Si chiama Ataka, “partito di attacco” in italiano, e con il suo 8% è una delle quattro formazioni politiche entrate domenica nel nuovo Parlamento bulgaro. Accusa gli investitori stranieri di depauperare il Paese, è favorevole alla ri-nazionalizzazione di alcuni settori chiavi (a cominciare dall’energia) ed è fermamente contrario all’Unione europea e all’euro. Se il centrodestra o i socialisti vogliono formare un governo ed evitare di tornare alle urne e aggravare la crisi socio-economica (a meno di non voler costituire una grande coalizione che al momento pare impossibile) devono imbarcare Ataka, che in cambio chiede un referendum sull’adozione dell’euro. E questo referendum avrebbe, secondo i più recenti sondaggi, un risultato scontato: la sconfitta degli europeisti, nelle cui fila militano i vertici dei due partiti principali.
Da Washington, intanto, ieri è arrivata una inusitata dichiarazione sull’Europa da parte del presidente americano Barack Obama. Incontrando il premier britannico David Cameron, Obama ha detto che la volontà del governo di Londra di indire un referendum sulla presenza del Regno Unito nell’Ue è legittima ma anche che Londra deve valutare le conseguenze di una eventuale uscita. Per esempio, ha sottolineato Obama, il Regno Unito potrebbe perdere parte della sua influenza a Washington visto che a sua volta non ha più un ruolo a Bruxelles. Adombrando che, attraverso il Regno Unito, gli Usa influenzano, o pensano di influenzare, la politica europea e che, una volta uscita Londra dall’Ue, Washington non sa più che farsene del tradizionale alleato. Le parole di Obama alimentano i complottisti e Intelligonews non vuole certo aggiungersi a questa schiera sempre più folta. E’ vero anche, però, che gli inquilini della Casa Bianca non sono abituati a pronunciare parole in libertà. Ogni loro discorso, anzi, viene centellinato nelle redazioni e soprattutto nelle cancellerie di tutto il mondo. E arriva anche ai semplici cittadini. Come meravigliarsi, allora, del risultato di un sondaggio condotto nel mese di marzo dal Pew Research Center di Washington (e che Intelligonews è in grado di anticipare) sul sentimento europeista dei cittadini di Italia, Francia, Germania, Grecia, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca e Spagna? Da questa radiografia scaturisce che dal 2007 a oggi il numero dei filo-Ue è precipitato. Il caso italiano è forse il più evidente. Cinque anni fa i sostenitori dell’Ue erano il 78% degli interpellati, oggi sono il 58%. Peggio hanno fatto la Spagna (precipitati dall’80 al 46%) e la Francia (calati dal 62 al 41%). Con il 68% di filo-Ue (ma erano l’83%), i più euro-entusiasti rimangono i polacchi, seguiti dai tedeschi al 60% (e non a caso la Germania è il Paese che raffredda meno i suoi entusiasmi brussellesi, con una perdita solo dell’8%) e poi da italiani, spagnoli, britannici, francesi, cechi e greci: ad Atene e dintorni solo il 33% della popolazione ha un’opinione favorevole all’Ue. Se questo sondaggio, che attendiamo di leggere sulla grande stampa italiana, fosse un referendum nell’Ue, tra i grandi Paesi rimarrebbero nell’Unione solo Polonia, Germania e Italia. La Germania è il Paese che dall’Unione e dall’euro ha avuto tutto da guadagnare. La Polonia ha fatto il pieno di fondi comunitari (e nel frattempo si guarda bene dall’adottare l’euro). Rimane l’Italia, dove probabilmente la disperazione per una classe dirigente nazionale inadeguata a tutto continua a gonfiare i sognatori di un colonizzatore qualsiasi: Bruxelles o magari Washington via Londra e Bruxelles o Berlino tout court tutto fa brodo.
autore / Pietro Romano
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