Ecco perché dico no al partito repubblicano, neo partito-Babele: è un Pdl 2.0

14 maggio 2015, Fabio Torriero
Ecco perché dico no al partito repubblicano, neo partito-Babele: è un Pdl 2.0
Editoriale del Direttore

 Silvio Berlusconi l’ha proposto, anzi riproposto: il centro-destra dovrà ricompattarsi con i moderati e i meno moderati, confluendo nel “nuovo partito repubblicano”

Una sorta di “via tricolore” al duello storico, che negli Usa contrappone da due secoli l’Elefantino repubblicano (simbolo di triste, nostrana memoria; si pensi all’esperienza elettorale negativa di Mariotto Segni con Gianfranco Fini), all’Asinello (anche qui, copiato dalla sinistra italiota; si pensi a Prodi). 

Come per il Predellino, l’annuncio repubblicano è stato enfatico, commerciale, ma la sostanza è la stessa. Si scrive partito repubblicano, si legge Pdl bis, o Pdl 2.0. Se il Cavaliere, come nel suo stile marketing, si è fermato alla forma (partito leggero, leaderistico, pochi temi in comune), i vari Martino e Frattini sono entrati nel dettaglio. 

Hanno tentato di delinearne i contenuti. Il primo, esaltando l’idea di Silvio, il secondo, ridimensionandola. Ma il progetto repubblicano è un bluff (bisogna dirlo chiaramente), che si scontra con la realtà di un’Italia profondamente cambiata. Ed è geneticamente destinato a implodere, a perdere. 

Ecco perché. 

1) Silvio ha il merito di aver modificato il bipolarismo. Se nella prima Repubblica eravamo in presenza, per ragioni legate alla guerra fredda, all’Europa di Yalta, al duopolio Dc-Pci (l’anatra zoppa, il bipolarismo incompiuto, per dirla alla Piero Ignazi); dopo Tangentopoli e il relativo squasso del quadro politico, dal 1993 (grazie anche al referendum Segni), abbiamo ereditato una diversa democrazia dell’alternanza, che per certi aspetti ha funzionato: “centro-destra vs centro-sinistra” (almeno nella scelta dei premier). Questo fino a Renzi. Adesso c’è il mega-partito della Nazione in ascesa, un partito arcipelago, un partito-boa, che con l’Italicum, certificherà il suo ruolo maggioritario nel Paese, lasciando alla sua estrema sinistra e alla sua destra rivoli, spezzoni minoritari, il nulla. Ricostruire uno schieramento uguale e contrario al Pd è, quindi, sbagliato. E’ finita l’era del Pd-Pdl, perché il Pdl è morto e Fi è ridotta al lumicino. E anche perché, ormai, Renzi ha portato il berlusconismo a sinistra e il Pd a destra, occupando già ogni spazio possibile. Ergo, lo schema “moderati più destra (modello Casa delle Libertà)” è anacronistico. 

2) Ciò che sgomenta delle operazioni berlusconiane è la totale assenza di mastice ideologico. La mancanza di visione alta della società. Il ridurre il soggetto da pensare e affermare, al mero anticomunismo, riveduto e corretto nell’anti-renzismo (con cui si è comunque fatto il patto del Nazareno per le riforme), o alla polemica nei confronti della sinistra (qualche slogan politico di pancia e basta). Il dna anti-tasse, anti-statalismo, anti-magistratura e anti-burocrazia, è l’unico eterno collante? Sono temi seri e basilari, ma non distintivi, o unicamente distintivi, del dna del centro-destra. Come al solito, si evince dalle varie dichiarazioni, si prospetta un’unione di tutto e il contrario di tutto (dentro liberisti, statalisti, liberali, sociali, cattolici, laici, europeisti, nazionalisti). Così è stato per il Pdl, così sarà per il nuovo partito repubblicano. E così, magari si vince, ma non si governa. Torno a ripetere che la governabilità coerente nasce dall’omogeneità culturale. Altro che sommatoria di filoni politici e di ceti di Palazzo. E poi, le ammucchiate-arcobaleno funzionano quando c’è un Capo, un catalizzatore, un federatore, capace di comporre le anime. E va ammesso, in modo definito, che oggi questa funzione Berlusconi non la può più svolgere. E’ un uomo divisivo e al tramonto. Inutile che i suoi continuino a suggerire per lui ruoli da regista, arbitro, capitano etc. 

3) Sia Martino, sia Frattini, sia Toti, concordano su una cosa: un partito libero sui temi etici, politici, e coeso sui temi economici. Ci risiamo, è la solita storia: l’unico collante del centro-destra è il liberismo. Divisi sui valori di fondo (partito-Torre di Babele), ma uniti sulle ricette economiche. Ergo, il futuro bipolarismo che Silvio ha in mente porterà verosimilmente allo scontro elettorale tra ultra-liberisti e social-liberisti renziani. Tra riformismo alla Thatcher e riformismo alla Renzi: una follia. Lo stesso Ernesto Galli della Loggia, scrivendo un elogio del conservatorismo (“ho nostalgia dello Stato, della Banca d’Italia, dell’identità nazionale, del noi, della meritocrazia, dell’autorità, dell’educazione civica”), di fatto ha ammesso il fallimento del pensiero liberal-liberista. 

4) Perché, invece, non ripartire da una concezione alta della società, vero discrimine tra centro-destra e centro-sinistra? L’unico bipolarismo su cui si deve lavorare attualmente, è lo scontro tra Renzi e i temi. Saranno i temi e le risposte ai temi, che faranno la differenza. Un esempio, sull’immigrazione, o di qua o di là. Sulla legalità, o di qua o di là. Sulla sovranità e la Ue, o di qua o di là. E a cascata, tutto il resto. 

5) Altro dogma da confutare: basta col teorema che si vince andando al centro. Al centro non ci sono i moderati. Ci sono gli indecisi che si conquistano con identità forti e programmi riconoscibili. Con la scusa dei moderati, gli schieramenti sono diventati progressivamente uguali, i programmi sovrapponibili, i candidati interscambiabili (i poli omosessuali). 6) Per inciso: ciò che connota il centro-destra non è il collante liberista. Noi italiani non possiamo applicare meccanicamente lo schema anglo-sassone (liberisti e destra e laburisti a sinistra). Noi siamo figli di un’altra storia: della destra risorgimentale, liberale in politica, non liberista in economia; della dottrina sociale della Chiesa, del Welfare di Giolitti e di Mussolini. Tutte ragioni culturali per non ripetere gli stessi errori. E per ripartire in modo autenticamente nuovo. A una condizione (appurate le idee): primarie per cambiare le facce. E costruire quel partito conservatore di massa, fedele interprete del dna italiano.
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