La password della settimana è ONESTA' (a un mese dalla morte di Casaleggio)

14 maggio 2016 ore 8:00, Paolo Pivetti
Esattamente un mese fa, il 14 aprile, si celebravano nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano i funerali di Gianroberto Casaleggio, il cui feretro veniva salutato dai fedelissimi con l’orrendo grido “Onestà. Onestà...”
Orrendo per la mancanza di rispetto che un grido da comizio, qualunque esso sia, scandito ritmicamente in coro, portava al luogo sacro, alla circostanza e al feretro stesso.
Orrendo perché nessuno è autorizzato a fregiarsi del titolo di onesto come propria caratteristica politica, bollando automaticamente di disonesti e cultori della disonestà gli avversari. L’onestà non è né potrà mai essere il programma di una parte politica, proprio perché abbiamo il diritto di pretendere che di tutta la politica, come di ogni azione umana, sia il presupposto. 
La password della settimana è ONESTA' (a un mese dalla morte di Casaleggio)
Ma è pur vero che questo sbandierare l’onestà sembra ereditato da un esempio che viene da molto lontano, da quegli anni Settanta in cui il segetario del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, pose la lotta politica tra il PCI e i suoi avversari in termini di “questione morale”. Lui, segretario di un partito che a quanto pare riceveva i suoi bei finanziamenti illeciti da un paese straniero e nemico come l’URSS, creava le fondamenta di quel complesso di superiorità morale che tutta la sinistra ha saputo così efficacemente sfruttare per decenni.
Tornando al grido di “Onestà!” dei grillini, pur nella sua goffagine e nel suo rozzo pressapochismo, esso sembra ergersi a sintesi simbolica di tutto un non-pensiero seminato a piene mani in questi anni proprio dal Movimento 5 Stelle, e in particolare dal suo profeta.
Cosa c’è sotto questa istanza di onestà dall’apparenza così nobile da sedurre milioni di italiani? C’è, e dichiarata a più riprese, l’idea che i partiti e le istituzioni della vita democratica siano irrimediabilmente covi di disonestà e di corruzione; e che di conseguenza l’unica forma pulita e onesta di partecipazione alla vita politica sia la democrazia diretta della rete, una sorta di immensa piazza virtuale in cui ciascuno rappresenta sé stesso senza mediazioni.
Questa follia ha precedenti filosofici illustri. Già nel Settecento Jean Jaques Rousseau diceva no alle istituzioni di una democrazia rappresentativa preferendo un’astratta e irrealizzabile assemblea permanente. Ebbene, il Casaleggio-pensiero ci dice: oggi questo sogno è realizzabile grazie alla Rete. Come se la Rete fosse il naturale prolungamento delle facoltà umane di comunicazione, e non una sovrastruttura da qualcuno progettata e da pochi gestita. E per di più, una sovrastruttura che, con l’apparenza di offrire a ciascuno le più ampie libertà, in realtà consente a chi la gestisce il controllo indiscriminato e totale delle scelte e delle opzioni di ciascuno di noi.

autore / Paolo Pivetti
Paolo Pivetti
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