Decreto fiscale, FOCUS sull’abolizione degli studi di settore

14 novembre 2016 ore 15:56, Luca Lippi
Accolta l’ufficialità dell’abolizione degli Studi di Settore al 31 dicembre 2017 facciamo una sintesi di cosa realmente cambia per le imprese e le P.Iva, sin d’ora sottolineando che saranno sostituiti dagli indicatori di compliance.
Dagli emendamenti al Decreto Fiscale 193/2016 sono emersi correttivi al provvedimento che prevede l’utilizzo dei nuovi indici di affidabilità fiscale per delineare il profilo del contribuente e dunque l’ufficiale abolizione degli Studi di Settore. Lo strumento del Fisco sarà ufficialmente abolito e sostituito dagli indicatori di compliance.
Cosa cambia per gli imprenditori
Analizziamo nel dettaglio, prima di tutto, in cosa consistono gli indicatori di compliance (e il grado di affidabilità) che verranno utilizzati in sostituzione degli studi di settore e se davvero l’addio agli studi di settore conviene agli imprenditori.
Gli studi di settore erano uno strumento statistico utilizzato dal fisco per calcolare il gettito fiscale di lavoratori autonomi, imprese e giovani professionisti, ormai considerato obsoleto e poco in linea con la complicata situazione economica.
Gli indicatori di compliance, invece, saranno utilizzati per stabilire il grado di affidabilità del contribuente. I dati sull’attività imprenditoriale saranno racchiusi in una vera e propria Pagella per l’imprenditore.
L’indicatore di compliance è un dato sintetico che consentirà di stabilire, su una scala da uno a dieci, quale è il grado di affidabilità del contribuente. 
Il grado di affidabilità sarà una sorta di pagella dell’imprenditore: gli emendamenti presentati dalle Commissioni Bilancio e Finanze della Camera prevedono che quanto più elevato sarà il grado di affidabilità dell’impresa e del contribuente, tanto più potrà accedere ad un particolare ed esclusivo sistema premiale.
Il premio consisterà in un percorso accelerato per i rimborsi fiscali, l’esclusione da alcuni tipi di accertamento e una riduzione del periodo di accertabilità.
Inoltre, per gli imprenditori sarà possibile pagare al Fisco l’importo realmente dovuto in base all’andamento economico della propria attività. Una novità importante, se si considera che molti imprenditori erano costretti a dichiarare più del reale fatturato per evitare di incorrere in multe e controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate (era la fatidica ‘congruità’ odiosamente da sottoscrivere con gli studi di settore).

Decreto fiscale, FOCUS sull’abolizione degli studi di settore

Gli indicatori della normalità economica saranno utilizzati come strumento per il calcolo del livello di affidabilità; accanto alla stima dei ricavi, inoltre, saranno stimati il valore aggiunto e il reddito d’impresa. 
Per il calcolo del modello di regressione verranno presi in considerazione i dati panel di 8 anni.
Una sorta di visione più ampia dell’attività imprenditoriale del contribuente che in questo modo può consentire una visione più omogenea dell’andamento reale dell’attività di ogni singola P.Iva o impresa. Il prolungato spazio temporale di osservazione consente al fisco di calcolare l’importo da versare nelle casse dell’erario con informazioni più accurate e stime più efficienti.
L’Agenzia delle Entrate comunicherà al singolo contribuente il risultato dell’indicatore sintetico, comprese le componenti di incoerenza. L’obiettivo è quello di incentivare l’imprenditore non solo all’adempimento spontaneo, ma anche motivarlo ad avere una comunicazione con il Fisco per migliorare la propria posizione e, soprattutto, la ‘pagella’ d’affidabilità.
Considerazioni conclusive
In sostanza, l’abolizione degli studi di settore al 31 dicembre 2017 e delle griglie di reddito presunte, arriva come strumento necessario ad alleggerire la pressione fiscale e a favorire la crescita economica. Come una sorta di ammissione di eccessivo accanimento fiscale! 
Tuttavia, cambia poco se si considera che senza una fattiva continuità di scambio di dati tra Fisco e imprenditore, l’inesattezza di alcune ‘presunzioni’ da parte del Fisco saranno inevitabilmente lontane dalla reale capacità contributiva del contribuente, senza considerare che il lavoro  del commercialista aumenta a dismisura e quindi anche i costi a carico del cliente dello stesso.
Dal punto di vista dell’esecutivo, l’abolizione degli studi di settore si inserisce nella pratica di incentivare l’attività imprenditoriale, creando un sistema fiscale basato sulla compliance e, soprattutto, sugli incentivi alla legalità. 
Di sicuro, intanto, è un piccolo passo verso la Costituzione italiana che prevede per ogni individuo che versi all’Erario in conformità alla reale capacità contributiva, non presunta.

autore / Luca Lippi
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