Dalla birra SubMiller/InBev al mercato alimentare mondiale, la maxifusione fa bene?

14 ottobre 2015, Luca Lippi
Dalla birra SubMiller/InBev al mercato alimentare mondiale, la maxifusione fa bene?
I colossi della birra si fondono, abbiamo già scritto della maxifusione SubMiller/InBev che già di suo è la fusione di precedenti fusioni, in sostanza l’esigenza nasce non tanto dalla qualità del prodotto (ci sono birre artigianali italiane eccellenti che nella distribuzione specializzata mondiale trovano una collocazione di nicchia invidiabile), piuttosto il problema risiede nell’esigenza di sconfinare in mercati dove la distribuzione deve essere assistita da multinazionali che da anni risiedono stabilmente nel mercato mondiale.

Non è dunque un problema di qualità, quanto un problema di assorbimento del prodotto da parte del mercato, le eccellenze italiane non trovano sufficiente terreno fertile in patria non per  qualità ma perché l’Italia è patria vinicola.

Nella speciale classifica mondiale di consumo di birra troviamo ai primi tre posti Repubblica ceca Austria e Germania (l’Italia non compare nemmeno fra le prime 35). 

In Europa, L’Italia, patria vinicola appunto, arranca. A vincere la sfida del boccale sono (ovviamente) i cechi come si evince dalla classifica mondiale. Ecco che allora le fusioni e la creazione di colossi della birra (come nell’alimentare in genere) sono una condizione necessaria e sufficiente per produrre condividendo i costi della promozione su scala mondiale del prodotto con altri marchi e quindi distribuire a prezzi concorrenziali, una specie di “cartello” della birra che permette a tutti di vivere dignitosamente e produrre senza alterare troppo i costi di produzione che li taglierebbe fuori da un mercato enorme.

Nell’indistria alimentare (fuori del sottosettore bevande alcoliche) accade la medesima cosa,  solo poche multinazionali controllano oltre 500 marchi che entrano regolarmente nelle nostre case, solo per fare un esempio le multinazionali Mondelez, Nestlè, kellog’s, Mars…sono i padroni del mercato della distribuzione alimentare mondiale, eppure noi continuiamo a vedere sugli scaffali marchi noti da decenni ma che nella loro diversità sono sotto lo stesso distributore che ne è il “padrone”.

Fanno bene, fanno male queste maxifusioni? La tendenza alla concentrazione dei marchi è in atto da tempo e riguarda praticamente tutti i settori alimentari. Se questo fa bene o male non è immediatamente rilevabile, si da per scontata la qualità del cibo prodotto altrimenti sarebbero guai seri! Nei settori dell’alimentare la concentrazione delle proprietà fa aumentare i profitti.

Secondo questa logica, dunque, si potrebbe sospettare che i signori della tavola possano ancora ridursi, ma nei fatti è più comprensibile credere che ormai il mercato è stato suddiviso e ben delineato seguendo un cartello di ragionevole libera concorrenza senza calpestarsi e innescare battaglie territoriali improduttive. È piuttosto comprensibile credere che altri piccoli marchi per sopravvivere dovranno farsi inglobare in marchi assai più grandi.

Non è buono né cattivo è semplicemente il mercato. Per i più esigenti c’è sempre il mercato artigianale locale, spesso a chilometro zero che può risolvere ogni disputa. 

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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