Sommerso e illegale supera i 200 mld spinto dalla crisi

14 settembre 2016 ore 11:32, Luca Lippi
Da un seminario che si è tenuto nelle sede dell’Istat è emerso che l’economia sommersa e illegale vale il 12,9% del prodotto interno lordo, qualcosa come più di 200 miliardi. 
E le cifre sono in crescita. Nel 2011 la percentuale del sommerso era il 12,4 del Pil e nel 2012 è stata il 12,7. Anche se, come ha spiegato Gian Paolo Oneto (direttore centrale Istat della contabilità), su questi ultimi dati può aver influito la crisi di quegli anni.
Le cifre sono piuttosto alte, e su grandezze così ampie gli arrotondamenti non sono insignificanti, per questo motivo Giorgio Alleva (presidente dell’Istituto di statistica) afferma che “l’Istat sta procedendo ad esplorare la fattibilità di un conto satellite dell’economia illegale. È necessaria una migliore conoscenza del fenomeno per mettere in campo adeguate politiche di contrasto”.
Il sommerso non è necessariamente la manifestazione di una propensione al raggiro da parte degli italiani. Secondo quanto rilevato dalla Cgia di Mestre, sostiene Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi: “Come dimostrano i dati con la crisi economica, l’economia sommersa ha subito un forte incremento. In questi ultimi anni molti pensionati al minimo e chi ha perso il lavoro non hanno avuto alternative: per mandare avanti la famiglia hanno dovuto ricorrere a piccoli lavoretti per far quadrare i magri bilanci familiari”.
Il popolo dei secondi lavori, oltre creare danno a coloro che di certe attività artigianali ne fa una professione, è un esercito di dimensioni piuttosto importani, Zabeo precisa: “Un esercito di invisibili composto da 3,5 milioni di unità di lavoro che non paga né tasse né contributi. È evidente che chi pratica queste attività irregolari fa concorrenza sleale nei confronti degli operatori economici che operano alla luce del sole e non possono o non vogliono evadere”.
Tuttavia, esistono forti differenze tra Nord e Sud del Paese. “Nel Mezzogiorno, ad esempio, possiamo affermare che il sommerso costituisce un vero e proprio ammortizzatore sociale. Sia chiaro nessuno di noi vuole giustificare il lavoro nero spesso legato a doppio filo con forme inaccettabili di sfruttamento, precarietà e mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro. Tuttavia, quando queste forme di irregolarità occupazionale non sono legate ad attività riconducibili alle organizzazioni criminali o alle fattispecie appena elencate costituiscono, in questi momenti così difficili, un paracadute per molti disoccupati o pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese”.

Sommerso e illegale supera i 200 mld spinto dalla crisi

C’è da aggiungere un’altra questione, e si estrae da un’analisi della Cgia di Mestre di inizio anno, se tra il 2011 e il 2013 l’economia sommersa e quella illegale sono aumentate di 4,85 miliardi di euro, arrivando a toccare i 207,3 miliardi di euro nel 2013 (pari al 12,9 per cento del Pil), quella al netto dell’economia non osservata è diminuita di 36,8 miliardi di euro, scendendo sotto quota 1.400 miliardi di euro.
Se in via estremamente prudenziale si ipotizza, così come ha fatto l’Ufficio studi della Cgia , che l’incidenza percentuale dell’economia non osservata sul Pil sia rimasta la stessa anche nel biennio successivo al 2013, gli artigiani mestrini hanno stimato in quasi 211 miliardi di euro il “contributo” che questa economia “grigia” ha dato al Pil nazionale nel 2015. Questo aspetto, ovviamente, ha degli effetti molto importanti anche sul fronte fiscale.
Sottolinea il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo:  “Nel 2015 al lordo dell’operazione bonus Renzi, la pressione fiscale ufficiale in Italia è stata pari al 43,7 per cento. Tuttavia, il peso complessivo che il contribuente onesto sopporta è di fatto superiore ed è arrivato a toccare la quota record del 50,2%”.
In conclusione, l’analisi dell’Istat, istituto dal quale attendiamo gli approfondimenti promessi, fa emergere un dato che è quello “visibile” e non è un dato derivante (almeno in gran parte) da attività legate a organizzazioni malavitose, piuttosto (come rileva un approfondimento della Cgia) dalla marea di disoccupati e titolari di redditi diventati insufficienti che cercano di “arrotondare” allo scopo di non cadere nall’indigenza totale.
Da un lato questo sostiene le politiche sociali che sono ancora insufficienti e in via di definizione, dall’altro, però, determina un aumento indiretto della pressione fiscale che in sostanza toglie risorse ai redditi.

autore / Luca Lippi
Luca Lippi
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