Bonfante: «Il Manifesto di Barca? Cinquantacinque pagine di Pci»

15 aprile 2013 ore 17:08, Domenico Naso
Bonfante: «Il Manifesto di Barca? Cinquantacinque pagine di Pci»
La discesa in campo di Fabrizio Barca è ormai cosa fatta. L’Opa al Pd è stata innescata dal discusso documento “Per un nuovo partito”, diffuso dal ministro della Coesione territoriale del governo Monti. Effetto a sinistra: un revanchismo dei nostalgici di Botteghe Oscure, che in lui vedono un argine all’arrembante ascesa di Matteo Renzi. Un documento lungo, articolato e di non semplice comprensione, che IntelligoNews ha analizzato con Simona Bonfante, esperta di comunicazione politica e conoscitrice profonda del New Labour di Tony Blair e dei tentativi di sintesi liberal-laburista. Partiamo dalla forma. Com’è scritto il documento Barca? A chi è indirizzato? «Ad una categoria temo ormai estinta: quella dell'intellettuale organico. Non credo sia un testo 'accademico'.Credo sia invece proprio un testo senza contesto. Cioè, gli intellettuali o gli analisti sociali o i think tankers che hanno elaborato riflessioni e analisi che hanno nutrito il New Labour di Blair e Brown - i David Miliband, Geoff Mulgan, Peter Mandelson, Philip Gould - non partivano certo dall’assunto che fosse compito del partito spiegare il mondo alla gente. Si sono posti semmai il problema di come offrire al partito quegli strumenti intellettuali di analisi per un policymaking contemporaneo». Mobilitazione cognitiva, sperimentalismo democratico, catoblepismo. Le parole complicate sono una scelta precisa o il risultato della formazione culturale di Barca? «Penso ci sia molto auto-compiacimento. È un voler marcare le differenze con la povertà, anche lessicale, della cultura politica contemporanea, quella del Berlusconi che parla semplice, perché in effetti pensa politicamernte 'semplice'. Il ricorso non consueto a un eloquio elitarissimo è indice di diffidenza anche verso il 'parlar semplice' di Renzi, per dire. Parlar semplice infatti significa accorciare le distanze, rendere non necessaria la mediazione del partito. Rendere, al contrario, più diretto ed immediato il rapporto tra leader e corpo elettorale o, se vogliamo, tra leader e supporters, non base del partito che è un'altra cosa». Berlusconi, Renzi e Grillo parlano direttamente alla gente e raccolgono consensi. C’è spazio per un leader che usa termini del genere nell'epoca del populismo? «Se il 'partito-palestra' di Barca fosse un argine al populismo, mi ci iscriverei all'istante. Ma non è così. La sua riflessione sulla funzione del partito a me pare poco solida non per vizi di comunicazione, ma per l'aleatorietà intellettuale. Mi pare aggrapparsi troppo a concetti come appunto la 'mobilitazione cognitiva' che a lui paiono nuovi ma che in realtà non sono altro da quello che la politica già fa o dovrebbe fare: l'incontro con gli stakeholder. Barca non aggiunge davvero nulla di nuovo, salvo forse constatare che nel Pd, questo processo di messa in scena pubblica degli interessi, e quindi della necessaria negoziazione tra interessi conflittuali, non viene fatta, o non viene fatta in maniera adeguata. Ma la ragione di questa mancanza, secondo me, è la infima qualità intellettuale e politica degli apparati, non del 'sistema'». La discesa in campo di Barca potrebbe essere un estremo tentativo di Pier Luigi Bersani per salvare l'establishment democratico dall'arrembaggio renziano? «L'establishment democratico non si può salvare da se stesso, essendo egli medesimo il problema, non certo la soluzione. Non ci vedo dell'auto-conservativo nel disegno di Barca. Mi viene in mente piuttosto un processo analogo a quello che investe tutti noi, maturando: un po' di nostalgia, un po' di bisogno di riscoprire e ritrovarsi nelle origini. Nel caso di Barca quelle intellettuali, oltre che affettive, del padre». Quanto Pci c'è nel documento Barca? «Cinquantacinque pagine di Pci. Si parlava di un Barca blairiano ma l'ex ministro ha subito smentito direttamente l'accostamento. Quali sono le differenze tra l'approccio di Barca e quello del New Labour blairiano? «Questo è un punto peculiare. Alla Gruber, Barca ha detto di sentirsi distante non dal Blair politico ma dal Blair uomo - cesarista l'ha definito. Userei magari un altro aggettivo, ma sull'opportunità di un giudizio composito sull'uomo politico Blair credo si possa convenire. Quello che Barca non ha spiegato - non ancora, almeno - è su cosa della Terza Via egli ritiene non di sinistra». Il partito immaginato da Barca è un partito pesante e di sinistra. E' socialdemocrazia europea o siamo ancora più indietro? «Non so cosa voglia dire sinistra. So che qualunque 'mission' politica sia altro dal rafforzamento delle libertà individuali - le libertà di, e le libertà da - è una mission regressiva, non progressista, quindi. La sinistra di Barca non mi pare invece pensata così». Aspra critica ai tecnocrati. E' un'autocritica al governo Monti? «Beh, una cosa sensata la doveva pur dire, no? Il documento è molto critico anche con il liberismo. Le politiche economiche di un Pd "barchiano" sarebbero stataliste? «Non credo. O meglio, non lo sarebbero nelle intenzioni, puramente utopiche, di fare del partito una specie di 'cane da guardia' dello Stato. Ma come fai? Il partito vuol dire eletti, ed eletti vuol dire consenso e consenso vuol dire - in Italia è così - uso strumentale dello Stato, occupazione dello Stato, estensione del controllo partitocratico sulla vita civile ed economica dei cives. Insomma, Barca mi pare investito dalle migliori intenzioni ma intellettualmente mi pare un clericale. Un clericale nel senso di legittimo lobbista di una chiesa - il partito - che per chi ne è parte, è inevitabilmente un bene in sé, un bene necessario. Il problema che il laico coglie , il clericale no, è che la chiesa non è un bene in sé. Lo è nel momento in cui crea valore per i singoli prima ancora che per quel costrutto astratto chiamato ‘società’».
autore / Domenico Naso
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