I timori (evangelici) del vescovo di Grosseto sul matrimonio gay registrato

15 aprile 2014 ore 10:22, Americo Mascarucci
I timori (evangelici) del vescovo di Grosseto sul matrimonio gay registrato
“Come pastore di questa comunità ecclesiale condivido con voi l’impegno che ci è affidato: continuare ad annunciare il Vangelo della bellezza delle nozze tra un uomo e una donna come strada alla realizzazione della piena felicità che nasce e si completa nella complementarietà tra i sessi”.
E’ quanto messo nero su bianco dal vescovo di Grosseto Rodolfo Cetoloni in una lettera pastorale alla diocesi. Dalla lettera traspare l’amarezza per la decisione assunta dal Tribunale di Grosseto che ha di fatto imposto al Comune la trascrizione nel registro dello stato civile di un matrimonio fra due uomini residenti a Grosseto e celebrato negli Stati Uniti. La trascrizione secondo il Tribunale non può avere valore costitutivo ma esclusivamente certificativo al fine di rendere pubblico l’avvenuto matrimonio. La decisione però immancabilmente ha riacceso le polemiche intorno al riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso. ”Ci meraviglia il fatto – prosegue il vescovo nella nota – che invece del Parlamento italiano sia la sentenza di un tribunale a intervenire in una materia così complessa e intorno alla quale si confrontano sensibilità diverse e orientamenti culturali differenti. Perché non si tratta solo di una trascrizione burocratica. Ho timore – prosegue Cetoloni – che sia un altro tassello che contribuisce al senso di sfiducia in quelle che sono le Istituzioni portanti della nostra società democratica, chiamate dalla Costituzione ad essere luogo di confronto, di mediazione e di sintesi legiferata per il bene comune. Aldilà dei singoli eventi restiamo in un rapporto aperto e fraterno con tutti. I giorni che viviamo sono il quadro in cui siamo chiamati a riscoprire e vivere il Vangelo”. Il vescovo Cetoloni non esprime soltanto la legittima posizione di parte cattolica ma si fa portavoce del buon senso e delle più elementari regole della democrazia. E in una democrazia compiuta è il Parlamento che fa la leggi che poi la magistratura è chiamata a far rispettare. Invece sempre più frequentemente i giudici si sostituiscono al legislatore, pretendendo di colmare con la loro discrezionalità determinati vuoti normativi per giunta su materie molto delicate che vanno ad invadere la sfera etica. Ma se è doveroso rispettare leggi approvate dal Parlamento pur nella non condivisione delle stesse ma nella consapevolezza della sovranità parlamentare espressione della volontà popolare, non si possono francamente accettare sentenze adottate dai giudici sulla base dei loro convincimenti ed in assenza di normative specifiche. Fin qui l’aspetto tecnico. C’è poi un problema di ordine etico. Il vescovo Cetoloni esprime il malessere del mondo cattolico per una decisione che, piaccia o no ai catto-progressisti, cozza con i principi evangelici. Si può discutere all’infinito, dentro e fuori la Chiesa, sull’approccio da tenere nei confronti delle coppie gay, se essere intransigenti o dialoganti, conservatori o modernisti, ma come il vescovo di Grosseto ci ricorda il matrimonio è e resta fra un uomo e una donna perché “la bellezza sta nella complementarietà dei due sessi”. Una bellezza che ci deriva dal Vangelo. Le coppie gay vanno accolte fraternamente, ma l’accoglienza non può avvenire contravvenendo al Vangelo e snaturando la bellezza e la sacralità del matrimonio. Anche qui ci piace ricordare l’insegnamento dello scrittore Giovanni Testori, un omosessuale cattolico che per tutta la vita ha trovato nella sua condizione sessuale lo strumento per avvicinarsi a Dio, rafforzando le ragioni della sua fede. La sofferenza determinata dalla sua condizione di omosessuale lo faceva sentire in piena comunione con Cristo, il Cristo della passione, al punto da fargli scrivere quanto quella passione fosse per lui “felice”. Una fede che ricavava proprio dalla sua “diversità”. Ma Testori, così come Franco Zeffirelli ed altre autorevoli figure di omosessuali devoti, hanno sempre compreso e testimoniato la loro fedeltà ad un Vangelo che imponeva limiti oggettivi alla loro condizione, limiti che loro per primi hanno difeso sentendosi pienamente figli, e non figliastri, di Cristo e della Chiesa.
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